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martedì 27 novembre 2012

L' inessenzialità dell'ILVA


Non ci sono prove che possano documentare un nesso tra i procedimenti di chiusura e quelli giudiziari, che si stanno abbattendo sull’Ilva, e le ipotesi di ampliamento delle basi NATO in Italia, però ci sono documenti e diverse coincidenze che fanno pensare e accendono doverosi dubbi.

Lungi dal voler difendere l’Ilva e dal suo carico di morte, non si può non considerare che questa bomba inquinante prima pubblica poi svenduta al  100% per 1929 miliardi al Gruppo Riva sotto il governo Dini, imparentato con la famiglia Riva, ha da sempre costituito la spina dorsale del sistema produttivo italiano, poiché dall’acciaio dipendono decine di migliaia di imprese e migliaia di lavoratori. Rimane per altro un mistero insoluto  come il più grande impianto siderurgico d’Europa , che con le tasse che paga diventa essenziale per il paese, lo si è lasciato deteriorare a tali livelli, portando al collasso l’intero stabilimento e con inusitato cinismo mettere da un giorno all’altro sul lastrico migliaia di famiglie. Come mai, c’è da chiedersi, in tutti questi anni e con l’alternarsi dei vari sindaci e governi regionali e nazionali non si è provveduto a dotarlo di tecnologie disinquinanti, esistenti già da diversi anni e utilizzati in varie parti del mondo, anche per il riciclo delle acque.
Possibile che la risposta sia da ricercarsi solo nel risparmio di quelli che, tutto sommato, sono pochi spiccioli rispetto al volume d’affari che circonda l’Ilva? Senza parlare  del tragico elenco di malati e morti che da decenni vengono denunciati, si è parlato del 419% di aumento di tumori, dalle accorate e inascoltate voci disperate delle vittim alle quali troppo spesso se ne sono mescolate altre  funzionali a raggranellare qualche misero consenso, le stesse che esultano oggi di una vittoria che tale sarebbe se almeno per i lavoratori - vittime ci fosse stata la dovuta attenzione e non come per le pecore alla diossina mandati al macello.


Solo ora ci si accorge all’ improvviso che l’Ilva inquinerebbe, se ne accorgono in una fase storica in cui la cura Salva Italia dell’uomo grigio, vede chiudere per fallimento circa 1000 aziende al mese, inasprendo il drammatico scontro sociale tra il diritto alla salute il diritto al lavoro facendo precipitare la città in un caos senza ritorno. Date le circostanze c'è da pensare altro e prende sempre più forza l’ipotesi di Cossiga del 2004 “..la cosa che suscita forse maggior scalpore  è stata la conferma che Taranto – acquisendo il nuovo status di base Nato, la più grande del Mediterraneo  - diventa “Headquarter” (quartier generale) della Nato candidato ad ospitare la flotta americana che dal 2005 si dovrebbe trasferire da Gaeta per trovare una sistemazione più avanzata a sud-est” (Cossiga  4 febbraio.2004 Apcom) ipotesi che trova conferma nei documenti ufficiali del Pentagono per la costituzione di una “High Readiness Force” (Maritime)  (comandi proiettabili ad alta prontezza) HQ -IT (TarantoIT)" e Taranto è contrassegnato con una stellina (vedi vecchi articoli del blog su ILVA e NATO).

C’è da aggiungere un altro particolare e riguarda il sistema operativo C 4I, funzionale al nuovo modo di fare la guerra, che renderebbe l’intera operabilità di Taranto integrata e complementare con il Pentagono e il centro militare navale di San Diego in California, questo sistema avanzatissimo permette l’accesso a tutte le informazioni utili in tempo reale controllando chiunque anche il singolo soldato.


Personalmente non sono esperta di geopolitica militare , ma non penso ci voglia molto per capire che  se la Tav potrebbe essere un corridoio che unisce Lisbona a Kiev, nulla ci impedisce di pensare che nella logica di  ampliamento delle basi Nato, Taranto è logisticamente il sito ideale come base di sottomarini e centro intercettazioni, in vista di un accerchiamento della Russia o comunque di un controllo diretto sui Balcani e sul medio oriente, lì dove, da bravi sudditi fedeli, collaboriamo alle guerre umanitarie per smaltire, tra le altre cose, quelle migliaia di tonnellate di scarti di uranio radioattivo, che altrimenti non si saprebbe dove mettere.
E con Taranto super base  di una organizzazione internazionale ed extraterritoriale la magistratura italiana non potrebbe neanche intervenire se nel mare prospiciente per “caso” dovessero essere seppellite scorie radioattive, tutto sarebbe in ordine e la città godrebbe di un’aria sana e limpida a parte le residuali emissioni dell’ENI, Cementifici di Caltagirone in espansione, dei vari megainceneritori e discariche velenose.
E andando più in là con la fantasia, e  mi auguro che siano solo miei personalissimi e strambalati voli, non ci sarebbe da meravigliarsi se un triste giorno da Taranto, ultimo presidio ai confini dell’Impero, partissero dei missili per esempio contro la Russia  a cui si risponderebbe inevitabilmente e distruttivamente, mentre, come al solito, gli affari si fanno altrove, tanto per occupare definitivamente l’Asia e governare il mondo!



Adele Dentice

domenica 19 agosto 2012

Tu vuò fa l’Amerikano


La storia è una grande maestra, troppo spesso inascoltata.
Anni fa la triade  D’Alema Cossutta Cossiga inaugurò l’era dei rinnovi USA NATO , sostenuti  dai  dissensi di facciata di Bertinotti che in seduta parlamentare tendeva a  distrarsi  quando si affrontavano certi argomenti.
Cosi, mentre con la italica  partecipazione alla guerra nel Kosovo si dava avvio alla stagione delle guerre umanitarie , si individuava in Taranto la sede ideale per una base NATO, poiché la Maddalena non può reggere il carico di una elevata concentrazione di navi da guerra . Nello sfogliare ricordi e vecchi articoli si può facilmente ricostruire l’interesse degli US per il porto di Taranto. Il primo significativo snodo è uno stralcio del documento No. 507-98 September 30, 1998 Defense Logistics agency per i servizi di assistenza tecnica computer e intelligence (C4I) con riferimento a Taranto:
"Logicon, Inc., Tactical Systems Division, Arlington, Va., is being awarded a $9,889,408 modification to previously awarded contract N00244-96-C-5078 for technical support services for standard design engineering, analysis, developmental and certification testing, test operations analysis support and configuration management as they pertain to command, control, communications, computers and intelligence (C4I) systems at the Navy Center for Tactical Systems Interoperability, San Diego, Calif. This contract combines purchases for the U.S. Navy (94%) and the government of Italy (6%) under the Foreign Military Sales (FMS) Program. This contract contains options which, if exercised would bring the total cumulative value of the entire contract to $49,908,613. Work will be performed in San Diego, Calif. (71%), Eglin AFB, Fla. (11%), Fort Monmouth, N.J. (7%), Bahrain (4%), Norfolk, Va.(3%), Arlington, Va. (2%), Taranto, Italy (2%), and is expected to be completed by September 1999. Contract funds will not expire by the end of the current fiscal year. The Fleet and Industrial Supply Center, San Diego, Calif., is the contracting activity".

Il C4I  è un sofisticatissimo sistema tattico del sistema di comando e intelligence della Difesa statunitense nel Mediterraneo, che è stato impiantato nella città pugliese  senza che i cittadini ne sappiano niente  al di là di ogni giudizio umano
A questo fa seguito il documento del Pentagono ottobre 2002, volume 11A, capitolo 9, allegato 1 (DoD Financial Management Regulation, volume 11A, Chapter 9, Annex 1), nel maggio del 2003 l’ambasciatore americano Selmer  incontrò le autorità portuali e successivamente, circa un anno dopo, giunse a Taranto, per un’operazione “commerciale” Barbara Lief (funzionaria dell’ambasciata statunitense a Roma) accompagnata da uomini dell Westland Securities , agenzia statunitense esperta in studi di fattibilità, seguita poi da un sopralluogo della nave della VI flotta US.
 In Italia l’allora presidente Ciampi si dimostrò propenso a sostenere la NATO come simbolo di unità tra l’Europa e gli USA , che si è poi rivelata come nuova evoluzione  del colonialismo occidentale più spietato. Ma ancor più sostenitore fu l’allora ministro della Difesa nei Governi Berlusconi II e III Antonio Martino che, all’ interrogazione parlamentare in merito alla COMIT-MAR-FOR istituito ufficialmente il 4 settembre del 2002 sulla più importante base navale della Marina Militare , quella di Taranto, senza che il Parlamento ne fosse informato, così rispose :


con riferimento specifico alla nuova stazione navale in Mar Grande a Taranto, essa è stata realizzata per soddisfare le esigenze operative delle Unità della Marina Militare italiana.
In relazione agli accordi vigenti potranno, occasionalmente e su base di reciprocità, essere ormeggiate anche Unità navali di passaggio, appartenenti alla Nato.

Ciò detto, nell'ambito del processo di ristrutturazione delle Forze della Nato, volto a dotare l'Alleanza di forze proiettabili, si è provveduto nel contesto dei programmi di ristrutturazione dei comandi dipendenti dal comando in capo della Squadra navale (CINCNAV), ad operare la riconfigurazione del comando delle Forze d'Altura (COMFORAL), che ha sede a Taranto, in una nuova struttura di Comando destinata ad operare sia in ambito nazionale sia nel quadro dell'Unione europea che in quello Nato (COMFORAL/COMITMARFOR).
Analoghi Comandi sono stati riconfigurati in Gran Bretagna (COMUKMARFOR) e in Spagna (COMSPMARFOR).

Il Comando in questione, il cui staff è costituito da personale italiano, è integrabile nei rispettivi contesti per le operazioni a guida europea e Nato da alcuni rappresentanti multinazionali (Spagna, Germania, Paesi Bassi, Gran Bretagna, USA, Turchia).
Lo stesso Comando è deputato, a rotazione con i Comandi navali spagnolo e britannico, alla condotta delle operazioni marittime della Forza di risposta Nato (NRF).

A tale riguardo, la creazione di una Forza di reazione rapida della Nato risponde appunto all'esigenza di far fronte ai nuovi rischi e alle nuove minacce. È infatti necessario poter contare su Forze di reazione rapidamente dispiegabili e dotate di una capacità operativa e interoperabilità molto spinte, diverse da quelle che erano richieste precedentemente per fronteggiare una minaccia sostanzialmente «statica».

Alla luce del quadro delineato, si assicura l'interrogante che la base navale di Taranto è e rimane ad esclusivo controllo nazionale

Una risposta ambigua che non da  certezze, come ambivalenti furono quelle del ministro Frattini, al  Consiglio Atlantico il 3 marzo 2004, che pur prendendo certe distanze da questo progetto di grande Medio Oriente lo riteneva comunque condivisibile, pur stabilendo dei distinguo. Successivamente, il 26 Giugno 2004, Antonio Martino inaugurò a Taranto la nuova base navale della Marina Militare in Mar Grande a Chiapparo ,  costata 150 milioni di euro di cui un terzo proviene da finanziamenti Nato.  Va sottolineato che una delle caratteristiche peculiari del COMIT-MAR-FOR è la capacità di intervenire con estrema rapidità alla guida di forze aeronavali e anfibie NATO , caratterizzate da una composizione multinazionale, che in tempo di crisi possono sviluppare il Mediterraneo allargato, che comprende  il Mar Rosso, il Golfo Persico ed i mari limitrofi.
Cioè l'area del Grande Medio Oriente (Greater Middle East) individuata negli ambienti politici americani come obiettivo della politica di sicurezza nazionale, in particolare della lotta contro il terrorismo, che giustificherebbe  ulteriori iniziative che la Nato potrebbe intraprendere, qualora emergessero nella regione le condizioni adatte
Poi l’ultima tranche e il molo polisettoriale che potrebbe ospitare la VI flotta a testata nucleare, ovviamente; nel frattempo  c’è chi sorvola  e minimizza non mettendo in relazione   con  un precedente similare, quello di Bagnoli che negli anni 80 ospitava uno stabilimento Ilva poi dismesso, anche se con motivazioni diverse, e una base Nato che doveva essere  chiusa e invece continua ad essere attiva. Non sembra nemmeno di particolare rilievo il fatto che nel porto di Taranto dovrebbero transitare navi e sottomarini a propulsione nucleare con pericoli di incidenti che ci garantiscono rari , rarissimi , ma non scordiamo l’episodio del sottomarino Scorpion esploso, misteriose ancora le cause,  nell’Atlantico il 22  maggio del 1968 dopo essere passato per Napoli e Taranto. Sembra comunque sussistere una generale sottostima dei rischi sia in merito alla predisposizione di piani di emergenza,  che sembra siano inadeguati per la popolazione di Taranto, che di natura ambientale per via del rilascio dei radionuclidi, che aumentano col tempo, causato dall’andirivieni delle navi.
Intanto oggi Taranto divisa e disuguale combatte una guerra contro i poteri forti, ma non fortissimi, che forse riusciranno a trovare un accordo dopo aver sgretolato l’attuale sistema politico disvelando, come nel 1992, segreti e connivenze, al fine di sostituirlo con un altro cane da guardia delle grandi elites dominanti. In queste ore non si parla d’altro che di una sentenza giusta, ma che nel contempo mette sul lastrico migliaia di lavoratori a causa delle malefatte dei gestori dell’Ilva, tra l’altro in un momento storico in cui l’Italia sta perdendo produttività e  non solo  nel Mezzogiorno, pensiamo al numero crescente dei cassaintegrati e del lavoro nero, categorie già di per sé fortunate (!). In questo stato di confusione il rischio più severo che si profila sarà che   i danni  prodotti vengano pagati non dai veri colpevoli ma solo dai lavoratori e dalla popolazione vittima, in una situazione di generale abbandono e di competizione di tutti contro tutti.
Adele Dentice

giovedì 16 agosto 2012

NO ILVA, NO NATO


Nella diatriba che avvolge lo scontro tra ambientalisti No Ilva e difensori del lavoro le grandi manovre continuano, i politici, servi ormai  inservibili, si affannano con magistrali salti a cambiare casacca, dopo essere  stati  scaricati e delegittimati , spettacolo già visto  con i vari  i cambi di guardia  consumati dalle rivoluzioni oligarchiche.
Anche oggi  a Taranto c’è una rivoluzione,  al centro l’Ilva e la sua chiusura o ipotesi di bonifica per mettere in atto l'ultima ipocrisia dell'eco sostenibilità, per non spaventare troppo chi ancora demagogicamente fa finta di essere dalla parte degli operai e della cittadinanza.
 In queste ore assistiamo  a un fronte ambientalista finalmente  compatto che si schiera a favore della magistratura e della chiusura dello stabilimento più discusso d’Italia. Nota positiva se non ci fossero  diverse ombre  e troppe coincidenze strane per non dubitare , sperando ovviamente di essere in errore, ma, come disse il “vecchio” saggio, a pensar male si evita di sbagliare o di  illudersi, puntualizzerei.
Per prima cosa  ci sarebbe da interrogarsi su a chi fa comodo ora l’emergenza ambientale e perché solo l’Ilva è sotto attacco diretto e non la Cementir o il famigerato inceneritore di Massafra, ora addirittura ampliato, e perché non mobilitarsi anche contro    il rischio ambientale del più grande deposito sotterraneo di rifornimento per  tutte le basi per aeree dell’ Italia del Sud con una petroliera che va e viene nel mar Piccolo ?

Allontanando lo sguardo dai veleni sputati dai camini dell’Ilva per soffermarci  sui mari di Taranto e sul suo immenso porto, osserviamo le grandi basi navali  , la prima è occupata dalla  La Marina Militare Italiana e dal deposito dell’aereonautica;
la seconda a comando italiano si trova nel Mar Grande in zona Chiapparo iniziata a metà degli anni Ottanta con un costo di  150 milioni di euro  di cui un terzo proveniente da finanziamenti Nato per questo  dotata di alcune infrastrutture Nato che verranno condivise con le unità militari di altre nazioni facenti parte della coalizione
Infine ci sarebbe la terza base collocata nel molo polisettoriale a ridosso del Molo Ovest , in uso dell’Ilva, con una insenatura in comune , che potrebbe essere utilizzata dai sommergibili nucleari se Taranto dovesse diventare il Quartier generale della Forza di pronto intervento marittimo delle forze navali americane come si evince dal  documento Usa, “ottobre 2002, volume 11A, capitolo 9, allegato 1 (DoD Financial Management Regulation, volume 11A, Chapter 9, Annex 1).
La dizione riportata sul documento del governo Usa è "High Readiness Force (Maritime) HQ -IT (TarantoIT)" e Taranto è contrassegnato con una stellina.
Questa ipotesi “fantascientifica” si combina con il processo economico liberoscambista  che mira a spostare il capitale produttivo verso mega-poli industriali nel Nord Europa deindustrializzando la seconda Europa del Sud ; in questo quadro di smantellamento e confusione  Taranto potrebbe accogliere la sesta flotta statunitense come, a suo tempo,  pronosticò Marescotti  sulla base di un   progetto del Pentagono risalente  al 30 settembre 1998 . Si trattava  di installare a Taranto il sistema Usa di comunicazione satellitare e di spionaggio telematico C4I che  PeaceLink rivelò pubblicamente denunciando il rischio atomico per l’intera città di Taranto, ipotesi smentita poi sia dal braccio destro di D’Alema  Marco Minniti il 20 settembre del 2002, che dalla marina militare, ma poi confermata da un documento  ufficiale del Pentagono, reso pubblico sul sito : http://www.defenselink.mil/contracts/1998/c09301998ct507-98.html
Si evince quindi  l’enorme importanza del collegamento diretto di Taranto all’interno del sistema di comando americano come  terminale per le operazioni militari confermano che la città jonica  viene accreditata come base certificata come HQ HRF NATO ad accogliere il comando della VI Flotta nella direzione Sud-Est ,ottima postazione per controllare i Balcani , ma soprattutto occhio vigile e operativo sugli scenari di guerra in medio Oriente.
 In questo quadro angosciante i tristi camini  dell’Ilva si potranno pure spegnere ma si  profilerà per la città un aumento del rischio atomico e una servitù perenne al padre padrone made in USA, d’altronde non siamo un paese orgogliosamente  a sovranità limitata e  in n modo o nell’altro dobbiamo pur sempre morire? (DAlema docet)

domenica 29 gennaio 2012

Che aria tira a Taranto?


La solita, niente di nuovo, I soliti modi, le solite facce, Stefano che si riconferma forte del superamento del dissesto finanziario,non di quello ambientale , ma si sa ciò che conta è la Pila o Pil, e il sindaco in perfetta continuità con lo spirito “ecologista” della SEL e del suo immobilismo parolaio, che lo sosterrà alle prossime amministrative, porta avanti la strategia della minimizzazione e della delocalizzazione. Il quartiere Tamburi è avvelenato? Il primo cittadino sdrammatizza e sostiene che c’è solo un po’ di berillio nel sottosuolo, ma poichè bisogna fare prevenzione allora si spostano gli abitanti del quartiere altrove, come si è fatto per le cozze del Mar Piccolo. Perfetto no? In tal modo l’Ilva e company continuano a sfumacchiare veleni e diffondere per aria nel terreno, nell’acqua diossine PCB, Ipa e vari metalli pesanti, il “lavoro” è salvo e la città muore, ma questo non si deve dire, anche perchè tra un po’ si entrerà nel vivo del la competizione elettorale tra un PD che tace , ma acconsente, e l’IDV che per strategia finge di opporsi pur di rimanere a galla sorretto , tra l’altro, dalle dichiarazioni accusatorie a tutto raggio del medico ematologo prestato (come si suol dire ) alla politica.
Eppure in questo frastuono ancora nessun programma, ancora tutti annegano nella vecchia logica del tira e molla dell’autoreferenzialità, compresi gli ambientalisti sbandieranti parole di fuoco contro l’Ilva , l’ENI ecc ma nella sostanza frammentati, in questo assolutamente funzionali alle logiche del divide et impera dei grandi poteri che, per distrarre l’opinione pubblica, oltre ad aver idiotizzato i cittadini idiotizza la politica osservando con occhio benevolo le primarie delle porno star .
Che triste fine per Taranto per la sua tragedia, per la sua storia, banalizzare con il risolino accattivante di due allegre signore uno scontro politico nel luogo simbolo del confine tra la vita e la morte, di una città che non appartiene solo ai tarantini ma è patrimonio artistico-culturale universale defraudato. E’ un’ offesa rivoltante per coloro che hanno perso la salute, la vita, il lavoro, che non è solo quello degli operai , ci sono gli allevatori, gli agricoltori, piccoli imprenditori tutti divorati dalla logica dell’ipercapitalismo tutti consegnati in massa dalle organizzazioni mafio-massoniche, che sono i partiti
Che tristezza per Taranto e che profonda rabbia , ci vorrebbe una ribellione generale di tutti i cittadini non della Puglia, ma d’Italia, perché Taranto è un sistema diffuso è una sperimentazione con la quale un popolo viene schiavizzato e distrutto , come avvenne qualche secolo fa durante la seconda guerra punica, quando l’intera città fu fatta a pezzi e 30.000 cittadini deportati , evidentemente è il suo amaro destino, oggi il modus operandi è cambiato si gioca sulla malattia , sulla depressione, sulla delocalizzazione, ma l’ obiettivo non è cambiato, gli antichi eredi di Sparta sono ancora vittime della smania di potere dei dominanti che per esprimere totalmente il loro dominio devono cancellare la storia e il futuro.
All’ insulto si aggiunge l’inganno delle parole subdole, perché elargiscono valori fondamentali come democrazia diretta ,libertà di espressione violandoli nella pratica quotidiana , dov’ è la democrazia se i candidati non vengono scelti dal popolo a cui si consegna un programma preconfezionato senza alcuna forma di libera scelta assembleare , dov’è la libertà di espressione se neun pensiero diverso e plurale viene censurato , ridicolizzato e se acquisisce qualche consenso iniziano le minacce?
Che tristezza per Taranto, bellissima e antica signora dove sono confluite tutte le contraddizioni della nostra Italia spezzata.

Adele Dentice

giovedì 28 luglio 2011

PERCHE' TARANTO E' UNA QUESTIONE DI TUTTI



Perché con la sua acciaieria oltre a detenere il primato della prima d’Europa per capacità produttiva e quello più inquietante di prima produttrice di diossina del continente con il suo 90%, rappresenta la concreta volontaria incapacità del sistema di risolvere il problematico rapporto ambiente /sviluppo ambiente/lavoro, con la giustificazione che in un periodo di grave crisi economica ed occupazionale non ci si può permettere di adottare modi di produzione e consumo ecosostenibile.

L’affermazione che la crescita economica sia indispensabile per incrementare l’occupazione viene ripetuta fino alla nausea dagli economisti , politici, industriali e sindacalisti con l’ausilio dei mass media , focalizzando come nucleo essenziale del PIL il centro della produzione , a cui contribuisce significativamente il peso economico dell’Ilva di Taranto; ma, se dal 1960 in poi in Italia il prodotto interno lordo si è più che triplicato, escludendo gli anni 2008-2009, come si spiega con una crescita così apprezzabile la riduzione dell’occupazione ? la risposta più evidente ci viene data dall’impostazione del sistema economico che spinge verso la crescita indipendentemente dall’utilità effettiva dei prodotti , si continua ad investire in tecnologie avanzate a discapito della forza lavoro , generando così iperproduzione e disoccupazione , un’iperproduzione che si innesta pericolosamente con la crisi ambientale generata e alimentata dallo stesso apparato che ha mercificato settori sempre più ampi della vita individuale e sociale
Per risollevarsi dal precipizio della crisi economica e contemporaneamente tutelare i settori di produzione industriale e le lobbie finanziarie , la classe dirigente non trova di meglio che dare il via a deroghe alle norme urbanistiche per incentivare la ripresa dell’attività edilizia; concedere incentivi all’acquisto di beni durevoli: automobili, mobili, elettrodomestici; coprire i debiti delle banche con denaro pubblico, progettare grandiosi piani di opere pubbliche. Tutte operazioni, queste, che fanno crescere i debiti pubblici al limite del’insolvenza per poi ritornare indietro strangolando le persone adottando drastiche misure di contenimento (vedi eliminazione welfare , sanità , scuola, pensioni ecc);un cane che si morde la coda tra l’altro un cane cieco e sordo e autodistruttivo perché non considera che le risorse sono finite e la crescita infinita non è possibile e magari le innovazioni tecnologiche, dovrebbero essere direzionate verso un nuovo ciclo economico.
Né influenzano le decisioni governative gli incoraggianti risultati economici di paesi che hanno investito nei settori verdi , al contrario l’Italia continua ad importare mezzi di produzione di grande peso economico e ambientale e contemporaneamente viene incentivata la proliferazione di megaimpianti di produzione di energia pulita , legati alle lobbie internazionali, che oltre a produrre un impatto ambientale devastante, non garantiscono la continuità nell’erogazione dell’energia, problema che si potrebbe risolvere con piccoli impianti per autoconsumo messi in rete per scambiare le eventuali eccedenze
Ritornando alla questione Taranto l’ipotesi più logica sarebbe quella di procedere verso una graduale diversificazione del sistema produttivo locale, considerando che le produzioni “verdi” sono ad elevata intensità di lavoro, per cui sarebbe possibile conservare i livelli occupazionali correnti anche con un significativo ridimensionamento delle capacità produttive del siderurgico. essendo in contrazione la principale fruitrice del siderurgico cioè la produzione automobilistica.
Un’operazione questa che, se correttamente condotta potrebbe consentire , l’aumento dell’occupazione e il superamento della crisi . Si tratta di lasciarsi alle spalle le logiche del medioevo neocapitalista in cui siamo precipitati, coniugando il sapere scientifico-tecnologico con un equilibrato consumo di risorse ma soprattutto liberandoci della schiavitù del PIL come indicatore di benessere sociale ,che al contrario è solo un indicatore monetario , quindi può solo misurare tutto ciò che può essere scambiato con denaro, certamente non la qualità della vita
Ma per arrivare a questa modifica radicale si deve procedere partendo dalla trasformazione dei rapporti di forza tra i lavoratori e il sistema padronale, una lotta quindi che non è più economica e locale ma politica e quindi generale, perchè deve far intervenire lo Stato , tramite i suoi strumenti, per poter operare una trasformazione radicale
In quest’ottica risulta riduttivo e controproducente continuare a fare lotte parziali e localistiche , che sono utilissime e determinanti nella prima fase per la sensibilizzazione dei cittadini e la denuncia , ma devono evolversi in una forma di dissenso condiviso e allargato contro lo straripante potere che opprime la società civile, le proteste circoscritte a un territorio o a un tema vanno collegate in modo da assumere un’unica direzione e questo .vale per Taranto come più in generale per la difesa del territorio, o contro la costruzione delle grandi opere

venerdì 8 luglio 2011

ASSE MANFREDONIA TARANTO: Lo Sviluppo prima di Tutto


Quando un territorio vien condannato in nome della crescita economica e dello sviluppo, non c’è più niente da fare, anche se è il luogo più bello del mondo, o se è stato vittima di un disastro ecologico ,o se è tutelato da vincoli e testimone della storia e dell’arte, è successo a Taranto , che in un paese normale, ma il nostro non lo è , sarebbe dovuta essere una città d’arte e di cultura, succede a Manfredonia , che, oltre alla bellezza del luogo, ma a quanto pare fattore inessenziale, dovrebbe essere soggetta a bonifica dal momento che è stata già pesantemente penalizzata il 26 settembre del 1976 dall’esplosione di una torretta della fabbrica Eni, che produsse una così intensa nuvola di arsenico (10 tonnellate) da provocare poi la morte di 17 operai di tumore a causa della prolungata esposizione, per cui le fu dato l’appellativo di Seveso del Sud.

Logica vuole che sarebbe dovuta essere quella una zona da bonificare, invece si è continuato a imporre il solito modello di sviluppo, che contrappone le tutele ambientali e la salute al “lavoro “, nel cui nome le amministrazioni hanno favorito, in seguito alla chiusura dell'Enichem, una reindustrializzazione forzata dell'area del Golfo attraverso nuovi 'impianti insalubri di I classe' come la vetreria Sangalli, e, oggi, con la costruzione dell'inceneritore ETA-Marcegaglia la cui storia inizia il 24 giugno del 2003

In quella data l’ L’E.T.A S.p.a (gruppo Marcegaglia) firmò un accordo di programma con il comune di Manfredonia e la Regione Puglia per la realizzazione di un impianto industriale di energia elettrica da fonti rinnovabili, tramite l’impiego di biomasse.

Alla vigilia delle elezioni comunali e regionali del 2005 ogni schieramento politico di sinistra si schierò contro i termovalorizzatori, l’ attuale presidente della Regione Puglia Nichi Vendola affermava di essere contrario e, in un incontro scontro con il Presidente uscente Raffaele Fitto (favorevole ai termovalorizzatori), disse che si sarebbe battuto contro gli inceneritori e non avrebbe permesso che la Puglia diventasse la pattumiera dell’Italia. Lo ricordiamo, in seguito, inveire contro l’inceneritore di Acerra e poi magnificare quelli della Marcegaglia in Puglia a cui ha accordato tutti i permessi in perfetta continuità con Fitto,come mostra l’exursus autorizzativo dell’inceneritore di Manfredonia.

Esattamente il 12 marzo 2009 veniva espresso, da parte della Regione Puglia, parere favorevole alla compatibilità ambientale per l’ impianto, ampliandone le funzioni con l’utilizzo di CDR (Combustibile Derivante da Rifiuti), trasformando,così, la centrale a biomasse in un termo distruttore di rifiuti e di aria .In quel frangente fu consentita, anche una variante urbanistica , in modo da poter costruire l’impianto in zona agricola aggiustata in zona industriale, si tratta di contrada Paglia, che coinvolge i tre comuni di Manfredonia, Cerignola e Foggia.

In aiuto al gruppo Marcegaglia sopraggiunse, nel frattempo, anche una legge dello stato la 296/2006 che, in perfetta violazione delle norme europee, come si usa da noi, stabiliva che il CDR derivante da rifiuti urbani venisse inserito nella categoria delle “biomasse da rifiuti parzialmente biodegradabili”, quindi come se fosse una fonte rinnovabile di energia, senza considerare che i rifiuti dell’incenerimento sono da considerarsi “speciali” e quindi necessitano di discarica “speciale”, gia si fa il nome di Statte(Taranto!!)

Le amministrazioni comunali di Manfredonia, sia quella dell’ex sindaco Paolo Campo che dell’attuale Angelo Riccardi, si sono mostrate propensi all’impianto , il primo infatti ha rilasciato parere favorevole circa l’autorizzazione sanitaria ( artt. 216 e 217 del Regio Decreto n.1265 del 1934; acquisito al prot. 12253 del 09/11/2009, nota presente all’interno dell’AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale) del 14 settembre scorso. BURP 155 07/10/2010). Il secondo rigettando la richiesta di riesame avanzata il 29 dicembre 2010 dal Comitato Spontaneo contro l’inceneritore di Capitanata Cerignola poichè “non ritiene che sussistano le condizioni per l’esercizio del potere di ritiro in relazione al parere reso dal Comune nell’ambito del procedimento dell’AIA”,in quanto .si nutre “una totale fiducia negli studi di impatto ambientale precedentemente condotti (VIA e AIA) dalla Regione oltre “all’impiego, da parte del soggetto proponente, delle Migliori Tecnologie Disponibili”. Qualche perplessità, rispetto a queste dichiarazioni, rimane legittima se nel piano Regionale Qualità dell’Aria a pag 125 del file arpa puglia.box.net , c’è scritto che i comuni di Cerignola, Manfredonia e Foggia rientrano nella fascia C, tra i comuni con il più bassa qualità dell’arie che “obbligatoriamente devono presentare domanda di finanziamento per il risanamento”. Da ciò si evince che la scelta delle amministrazioni risulta in contrasto con le linee definite dalle Direttive europee 96/61/CE , 2008/50/CE , 2001/77/CE.

Ma ormai il processo è irreversibile, l’inceneritore si farà e il battesimo si è svolto quest’anno a Taranto durante l’inaugurazione del colossale impianto di forovoltaico al silicio realizzato dalla Enel green power (90.000metro quadrati di pannelli solari capaci di produrre 3,2 MW di energia elettrica), durante il quale Antonio Marcegaglia ha ufficializzato che “Il gruppo Marcegaglia ha ottenuto tutte le autorizzazioni e porterà avanti l’investimento legato all’inceneritore in territorio di Manfredonia”..

Un megaprogetto finanziato anche dall’ Europa , nonostante le indicazioni di principio , che eroga 15 milioni di euro sui 60,5 milioni del costo per le aree depresse del Contratto area Manfredonia, Monte Sant’Angelo (ex Enichem), (e la bonifica ?) da incamerare anche i profitti della convenzione cip6/92, stipulata nel 1997 con ENEL ( poi GSE), che legittima l’ETA a vendere energia elettrica a prezzi maggiorati

La storia ci insegna che sviluppo è prima di tutto, ma bisogna fare i conti anche con l’opinione pubblica e gli effetti della sentenza della Thyssen-Krupp di Torino , che ha spinto in questi giorni dopo sessant’anni a Taranto a far parlare di sequestro dell’Ilva , o delle mappe epidemiologiche se così fosse sarebbe un terremoto , perché finalmente i cittadini potrebbero concretamente contrastare il NEGAZIONISMO, E L’ IDEOLOGIA DELL’INEVITABILITÀ DEL DANNO, fattori culturali responsabili della DOPPIA MISTIFICAZIONE ambientalista e climatica con l'invenzione del “recupero energetico” dei rifiuti e , soprattutto , ci sarebbe da ben sperare nel coraggio collettivo di scegliere tra SALUTE o GRANDI IMPIANTI tra centrali termoelettriche e nucleari, Industrie chimiche, Inceneritori, immensi mega parchi eolici e fotovoltaici distruttori dell’ambiente

IMPOSTI DA UN VARIEGATO MONDO “AMBIENTALISTA” e DA PITTORESCHI ED INOFFENSIVI ”ANTAGONISTI” AD UN BEN PIU' SOLIDO ED EFFICACE MONDO DEGLI AFFARI A CUI I PARTITI SONO ASSERVITI

Adele Dentice PBC Puglia

sabato 30 aprile 2011

Libertà di inquinare


Il 13 agosto dello scorso anno 2010 un decreto legge sospendeva una vecchia legge, valida dal primo gennaio del 1999, che poneva il limite di un nanogrammo al metrocubo di emissioni di benzoapirene. Con il Decreto Legislativo 13 agosto 2010, n. 155 (in attuazione della direttiva 2008/50/CE relativa alla qualità dell'aria ambiente e per un'aria più pulita in Europa), pubblicato il 15 settembre (GU n. 216 del 15-9-2010 - Suppl. Ordinario n.217) , fino al 31 dicembre del 2012 si stabilisce che nelle città superiori ai 150mila abitanti non ci sarà più alcun limite, cioè Libertà assoluta di inquinare.

C’è da immaginarsi cosa avverrà sulla base di queste disposizioni , in una città come Taranto la più inquinata d’Europa, una città tra l’altro compressa tra il rallentamento di produzione della colata d’acciaio e lo spettro della cassa integrazione e dall’altra parte la necessità di arginare la proliferazione di malattie ambientali . Non si è perso tempo in coerenza con la libertà di inquinare e l’ipocrita tutela del lavoro il 20 aprile con la benedizione dall’arcivescovo Mons. Benigno Luigi Papa, alla presenza del sindaco Ippoliti Stefano e del presidente della provincia Gianni Florio l’Ilva riprende quasi a pieno regime la sua attività con l’inaugurazione dell’alto forno n.4

Tutti felici gli ambientalisti “vicini” agli operai e i sindacati con i partiti di sinistra a favore anche loro dei lavoratori perché il colosso siderurgico, che si pensava finito in ginocchio con la cassa integrazione per migliaia di tute blu, è tornato a bruciare a pieno regime per rispondere alla crescita di richieste di acciaio.

Anche il settore sanitario ne trarrà i suoi benefici le aziende sanitarie, medici, case farmaceutiche, ecc potranno godere di entrate sicure indotte dalle malattie oncologiche e immunitarie che da quelle parti, che sono anche le nostre, hanno ormai carattere endemico. Non è un caso che su Taranto si è tuffata la grande speculazione del San Raffaele.

Ma il problema lavoro e quello dei diritti civili sono una questione molto seria , né è lecita la superficialità del No all’ILVA senza una controproposta concreta che potesse riequilibrare il problema lavoro con quello sanitario e ambientale, anche se in una situazione di collasso umanitario , come testano le migliaia di morti provocati da Ilva, Eni, inceneritori e discariche, tra gli abitanti dell’ormai tristemente noto rione Tamburi e la cittadina Statte, gli operai e impiegati della grande acciaieria, prioritario sembra doversi chiedere perché non si è pensato , o voluto pensare, a un risarcimento per la vita dei molti, vita che, a quanto pare, ha valore residuale, rispetto ai mega interessi di “pochi”. I soloni e falsi profeti hanno vita facile in questo contesto perché la maggior parte delle persone sembra non accorgersi di nulla e continua a vivere una vita normale come se niente fosse e i vari movimenti e associazioni ambientaliste rimangono in bilico senza mostrare una contrapposizione netta rispetto alle logiche mercantilizie che barattano le esistenze di migliaia di individui. Queste aree alternative sono espressione della debolezza del pensiero Unico frammentato in diversità apparenti, vittime del leaderismo e del ricatto occupazionale e registrano di fatto il fallimento del processo di mutazione collettiva, come conseguenza di idee che aggregano, di energie e di giusta rivendicazione. Siamo arrivati al punto in cui per pensare a un cambiamento di stato bisogna avere il coraggio di cambiare direzione e per agire, un nuovo percorso il mutamento deve cominciare con l’ essere coscienza individuale dotandosi anche di una buona dose di coraggio, perché sempre maggiori sono l’isolamento e le restrizioni per chi non vuole vivere omologato

Il processo di cambiamento, quello vero, nasce dal vedere e consapevolizzare giorno dopo giorno lo sgretolarsi sotto i nostri occhi, a causa di numerosi fattori inquinanti, non solo gli equilibri biologici ma anche la polverizzazione del settore agricolo e dell’allevamento, che sarebbero potuti essere risorse inestimabile per le loro straordinarie implicazioni economiche, sociali, ambientali e territoriali. Lo sviluppo delle tecnologie eco-compatibili e il lavoro nei campi, senza scivolare nell’interpretazione bucolica dell’esistenza, sono un’opportunità di lavoro, di riscoperta del territorio, in particolare le attività del settore primario possono concorrere a determinare la ricchezza della regione con la duplice funzione economica e produttiva, legata al valore del Pil delle produzioni vegetali e animali e la loro qualità .e tipicità sono volte a garantire la sicurezza alimentare e offrire il valore aggiunto della filiera turismo-ambiente-cultura, di cui Taranto avrebbe potuto essere l’asse trainante della regione.

mercoledì 13 aprile 2011

falsi profeti e soliti noti:Taranto


Falsi profeti e soliti noti: Taranto

I primati di Taranto sono tanti : ha l’acciaieria più produttiva d’Europa con utili per 2,5 miliardi in quattro anni senza investire nulla sul territorio ma il vero primato è quello dei dati pubblicati nel 2010 diossine con soglia minima 0,1 a fronte di effettiva produzione di 99,6 g , oppure l'ossido di azoto 12.933,3 contro i 100

numeri che non hanno bisogno di commenti, basta solo pensare che ciascuno dei numerevoli componenti che vengono sputati fuori dalle ciminiere dell'ILVA è una sostanza killer proviamo a pensare agli effetti della loro combinazione sull’organismo umano e in particolare sui bambini



La conseguenza è l’incremento del 40% dei tumori da fumo nella popolazione del posto (cfr blog del dottor Patrizio Mazza, primario del reparto di Ematologia dell'ospedale Moscati di Taranto) , senza considerare poi l’inquinamento del mare e del territorio circostante, ne sanno qualcosa gli imprenditori agricoli e gli allevatori della zona.

Per tranquillizzare le coscienze (se esistono) sarebbero stati installati dei filtri all’ILVA per privare i fumi delle sostanze inquinanti, ma a parte il fatto che non sembra che siano stati effettuati controlli , l'impianto ad urea e il depolverizzatore sono solo sperimentali nè si hanno dati certi circa la loro efficacia nella soluzione dei problemi, in ogni caso sembrano essere insufficienti sia perché sul cielo di Taranto incombe perennemente la nube rossa , ma soprattutto i dati dei morti e degli ammalati continua a salire e a detenere il triste primato a livello europeo. Ai fumi, cosiddetti “filtrati”, va aggiunta la carica dell’altoforno composta da polveri di minerali e combustibili che il vento trasporta lontano con raggio medio di 30 chilometri



I numeri degli ammalati e dei morti sono impressionanti e ci sono reparti dello stabilimento che sembrano camere a gas nella storia dell’Ilva si contano 180 morti sul lavoro, 8 mila invalidi e circa 20 mila morti di cancro e leucemia in più bisogna considerare gli effetti della raffineria Eni cementificio della Cementir, centrali elettriche ma lasciano ancora più sgomenti i Falsi Profeti incarnati dai rappresentanti istituzionali dai partiti e sindacati e dai movimenti ecologisti che cavalcando l’onda del malessere della popolazione si rendono correi del genocidio tarantino se alla denuncia dei dati antepongono l’arma velenosa del il ricatto occupazionale e la subdola tiritela dell’ammodernamento degli impianti.

A chiunque , dopo aver letto i dati ,verrebbe spontaneo chiedersi come mai il sindaco in qualità di ufficiale di governo non sia intervenuto chiudendo la micidiale zona a caldo dell'ILVA, traslocata da Genova e rifilata a Taranto, né si è mai spinto per l’ammodernamento del processo produttivo. Bagnoli i cui pezzi sono stati venduti ai coreani godeva di un impianto moderno a confronto delle vecchie e pericolosissime strutture antiche di 50 anni. C’è stato un tentativo referendario per la chiusura dello stabilimento, che ha messo in allerta i promotori pro ILVA, tutta la classe politica si era dichiarata decisamente contraria dalla Confindustria ai Sindacati - alla stessa Regione Puglia, con il rieletto Presidente Nichi Vendola e l’Arpa, l’Agenzia regionale per l’ambiente evidenziando come le questioni relative all’impatto ambientale della grande acciaieria “stiano trovando ormai da tempo efficaci soluzioni grazie ai massicci investimenti sinora realizzati dal Gruppo Riva “ , in ogni caso l’escamotage è stato trovato e a pochi giorni il referendum è stato bloccato con la scusa che nel quesito non erano chiariti i criteri per il reimpiego dei lavoratori.

Ma anche molti partiti radicali e movimenti ambientalisti si sono mostrati contrari alla chiusura della grande industria influenzati e condizionati da una serie di domande a cui è difficile rispondere: Potrebbe Taranto e la sua provincia, qualora si dismettesse il suo sito siderurgico, privarsi di 12.859 posti di lavoro diretti, cui si aggiungono 2.703 unità fra gli indiretti? E il solo capoluogo può privarsi di 4.021 dipendenti dell’Ilva, cui si uniscono 676 indiretti residenti in città? E quali concrete alternative offre oggi il mercato del lavoro cittadino e dell’hinterland a chi perdesse il lavoro in questa fabbrica?

Ma soprattutto la provincia può rinunciare a 219 milioni di stipendi netti,? E il territorio può rinunciare ad un impianto che dal 1995 al gennaio 2010 ha corrisposto ben 2 miliardi e 437 milioni di euro di subforniture a favore di 929 aziende iscritte alla locale Camera di Commercio?

Ed ancora, si può dismettere un opificio che alimenta il 76%, ovvero i ¾ della movimentazione del porto, che assicura gettito anche agli Enti locali per il pagamento delle imposte ad essi dovute, e le cui vendite all’estero rappresentano ormai da anni la prima voce dell’export pugliese, nonché il cardine di una sezione strategica dell’industria meccanica italiana?

A domande così complesse le risposte possono solo essere molto semplici , il Diritto alla VITA e il Diritto al Lavoro perchè ai numeri ad alta intensità della Grande Industria si devono anteporre quelli del tracollo economico di centinaia di imprese del settore primario, del turismo e della cultura ,anche i contadini e gli allevatori e i loro dipendenti sono lavoratori che vanno tutelati . In termini di perdita poi ci sarebbe da fare i conti con i costi sanitari e con l’abbattimento degli animali e le terre ormai rese improduttive, rimane solo l’olio d’oliva anche se anche questo sarà oggetto di controllo e allora addio all’olio extra vergine pugliese tarantino

Ma i difensori della Grande Industria ,Profeti e Sindacalisti e falsi ambientalisti di fronte alle pressioni collettive sempre più insistenti rispondo accusando gli ecologisti radicali di demagogia e intravedono come unica soluzione mediata l’ ecosostenibilità di un polo siderurgico, non c è bisogno di chissà quale analisi complicata per rilevare la non riscontrabilità , ma è anche irrealistico e irrispettoso per i lavoratori proporla come soluzione nel breve, medio o quant’anche lungo periodo

Non ci sono altre risposte se non un Radicale Cambiamento di sistema teso verso lo sviluppo di una strategia di diversificazione del sistema produttivo locale e, considerando che le produzioni “verdi” sono ad elevata intensità di lavoro, si potrebbe persino pensare di conservare i livelli occupazionali correnti

Basta avere come modelli i paesi che hanno un livello maggiore di investimento nei settori “verdi” ottenendo risultati economici migliori

E’ giusto però fare i conti con il grande nemico della disorganizzazione imperante in questo campo prodotta dalla proliferazione di associazioni e gruppi spesso in discordanza tra di loro , un movimento confuso e dispersivo funzionale ai poteri forti che si servono anche di un sistema giuridico protettivo della Grande Industria che si estende dall’inefficace legge regionale sulla diossina, sino alle direttive europee che danno all’Italia la licenza per inquinare per anni. Come quella del 2010 che autorizza .gli impianti industriali e le centrali a carbone che finora hanno potuto inquinare senza adeguarsi alle BAT a continuare a farlo per almeno un altro decennio, con deroghe sino al 30 giugno 2020 ( attraverso la redazione di Piani nazionali da inviare entro la fine del 2013.). Tra i peggiori impianti industriali per inquinamento atmosferico troneggia tra tutti l’Ilva di Taranto, con le sue 248.000 tonnellate di monossido di carbonio, 12.500 tonnellate di ossidi di azoto (NOx), 12.700 tonnellate di ossidi di zolfo (SOx), 11,2 tonnellate di piombo, 105 kg di mercurio e i 97 grammi di diossine e furani e altro non si può dire

venerdì 25 febbraio 2011

TARANTO : vincitori e vinti


I vincitori manco a dirlo sono sempre loro, i potenti e i loro cortigiani politici o gli incolti detentori della cultura e dell’informazione, i vinti, come al solito, gli altri i molti altri, i malati e i morti quei trentamila morti di cancro all’anno che si registrano in Puglia, la virtuosa Puglia che si è dotata per prima di un nuovo strumento per il contenimento dei livelli di benzo(a)pirene.

Ci sono voluti 150.000 morti di cancro in 5 anni per pensare a far approvare un disegno di legge per frenare la iperproduzione del terribile killer il benzo(a) pirene, comunque meglio tardi che mai, si potrebbe dire, l’importante è che i controlli siano continui e non concordati . Si potrebbe dire questo e, si potrebbe pensare, che comunque ci sia una volontà utile e condivisa ad arginare una catastrofe umanitaria ambientale e sanitaria, una presa di coscienza generale dal momento che il provvedimento è stato votato all’unanimità.

Si potrebbe pensare questo se non fosse che anche uno studente delle superiori ,ma basta solo un po’ di buon senso , sa che una legge regionale non può abolire una nazionale e Vendola sarebbe stato più credibile se entro i termini avesse sollevato la questione di legittimità costituzionali del decreto Salva Ilva 155/2010 e, allo stato attuale, c’è il serio pericolo che questo provvedimento rimanga inattuabile

Ma, fermo restante, che le emissioni si riescano a contenere ( non ad eliminare!!) ciò non toglie che la lotta ad un singolo inquinante, rispetto agli altri , non elimina il rischio sulla salute, è la combinazione di tutti gli agenti chimici di origine industriale (indipendentemente dal rispetto dei limiti di legge) che determina il quadro tossicologico e sanitario.

I morti rimangono così come l’insorgenza di nuove patologie come la M.C.S., l’aumento esponenziale di malformazioni fetali, la diffusione di malattie immunologiche legate all’inquinamento, Ancora una volta veniamo assaliti dal dubbio o dalla certezza che oltre le parole manca la vera volontà a risolvere il problema , a riflettere coraggiosamente in merito alla necessità di dismettere e riconvertire un apparato produttivo , ma sono utopie la classe politica è sotto ricatto di alcuni centri di potere e deve difendere i loro interessi e certi settori sono strategici e trainanti per l’economia nazionale anche se si mettono in discussione le stesse condizioni naturali in cui si è sviluppata la vita

Ma i vinti rimangono vittime anche della la manipolazione mediatica della disinformazione giornalistica che enfatizza i risultati, anche molto parziali, mentre si tace rispetto a quelli relativi agli effetti degli inquinanti ambientali e della loro combinazione , battistrada per imporre l’ideologia dell’inevitabilità del danno

Su questo terreno si continua a perseverare in politiche di immagine e di assoggettamento al libero mercato, pur essendo sotto gli occhi di tutti che la soluzione ai problemi ambientali impone una radicalità dell’azione politica e oggi bisognerebbe avere il coraggio di scegliere tra salute o grandi impianti, ma forse alla nostra classetta dirigente si chiede troppo!

Adele Dentice

domenica 15 agosto 2010

Benvenuti in Puglia, la terra del sole!



I colossi dell’energia, che siano indiani, tedeschi, spagnoli, statunitensi hanno tutti un minimo comune denominatore “accaparrarsi la terra e le sue pianure e investire sul valore del loro potenziale energetico”.

La terra nel mondo globale è stata già lottizzata, l’America centrale, parte dell’Africa, l’ estremo Oriente sono state aggiudicate ai cinesi e agli indiani , mentre il Sud Africa e l’africa sahariana sono terra di conquista della Libia. E le nostre pianure? Anche loro rappresentano elemento attrattivo per le multinazionali dell’ambiente soprattutto il meridione, soprattutto la Puglia.

La Puglia, con le sue pianure e il suo sole, ma soprattutto con una normativa a maglie larghe si pone all’avanguardia nello sviluppo delle energie rinnovabili e in particolare del fotovoltaico, più che dell’eolico. Un settore questo in espansione che non presenta particolari rischi di mercato , infatti per i prossimi 20 anni tutta l’energia prodotta dagli impianti in costruzione sarà venduta.
Questa prospettiva di guadagno ha fatto si che una tecnologia pulita, che andava favorita da un rigoroso assetto giuridico e scientifico , si sia trasformata in una corsa alla proliferazione di enormi parchi solari ,mega impianti produttori di energia come quello promosso da Enel Green Power, la società di Enel per le energie rinnovabili, che vuole impiantare in Puglia il più grande impianto fotovoltaico d’Italia se non d’Europa di 71,64 megawatt (attualmente il più grande in esercizio in Italia è da 28 mw, a Montalto).

L’impatto ambientale,annuncia la società ,sarà ovviamente visivo , ma si dichiara anche nell’avviso che comunque saranno assorbiti alcuni terreni agricoli e ne risentirà il parco naturale Saline di Punta della Contessa; ma questo sarebbe il minimo se non ci fosse il reale pericolo dell’ennesima beffa consumata sulla salute dei cittadini , quella cioè di un mega parco che produce energia pulita che a sua volta alimenta la centrale a carbone di Cerano; d’altronde il protocollo di Kyoto prevede che si continuino a tenere in vita le centrali a carbone, basta essere corredati di certificati verdi.

Anche la legge regionale, con la delega ai Comuni in merito alla pianificazione degli impianti, non aiuta a frenare l’assedio di imprenditori piccoli e grandi allettati proprio dal Distretto per le Energie Rinnovabili , una rete di aziente dietro le quali si nascondono grandi multinazionali.
Un esempio per tutti è la Kaitech-KR Energy e le sue diramazioni, che portano lontano sino agli USA. Questa società attraversa la Puglia controllando la Murge Green Power S.r.l. (Impianti di Cassano) Molfetta (BA) 100,00 Molfetta Energia S.r.l. Molfetta (BA) 51,00 - Puglia Sole S.r.l. Milano 100,00 - Fotovoltaico Puglia S.r.l. Milano 100,00 - Salento Sole S.r.l. Milano 100,00.
La KAITECH spa e le sue società controllate sono finanziate da INTERBANCA spa, a sua volta controllata al 100 % da GE Capital, controllata al 100% da Goldman Sachs, quest’ultima in merito alla progetto di quotazione in borsa della Enel Green Power (quella del mega parco di Cerano), è un componente del consorzio di collocamento, insieme a Mediobanca, Intesa Sanpaolo, Credit Suisse.

Ma cosa può spingere questi grandi poteri economici ad interessarsi tanto del fotovoltaico in Puglia? soprattutto in considerazione del limitato valore economico dell’ energia prodotta dalla rinnovabili, la quale non può nemmeno essere venduta in quanto più lontano va e più si disperde.
La risposta è nel conto energia e nei certificati verdi, con il primo le aziende godono degli incentivi governativi che pagano tre volte il costo di 1 kw, mentre i certificati attestanti la non immissione di gas serra vengono venduti alle aziende di produzioni inquinanti come l’Ilva, come Cerano.

E quali saranno per i semplici cittadini in questo immenso giro d’affari gli eventuali vantaggi? Al massimo qualche migliaio di euro sarà sarà destinato ai contadini che, se non vendono il proprio terreno, potranno godere di un vitalizio ventennale, salvo poi sobbarcarsi le spese di smaltimento degli impianti; gli altri poi continueranno a pagare bollette, tra l’altro sempre più care, senza contare i danni alla salute e al territorio e alla perdita irreversibile di bellezze storiche e paesagistiche.

Adele Dentice