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martedì 12 febbraio 2013

LA PERNACCHIA E LA PROTESTA


Vorrei votare poiché queste elezioni sono diverse dalle precedenti, perché le cose sono cambiate nel 2011 come nel 2012  con la comparsa di  Monti e del  suo programma scritto dagli organismi sovranazionali per conto dei dominanti globali ,  perché la politica nazionale ha mostrato largamente di non contare più nulla così come timide e di facciata si sono mostrate le opposizioni della Lega e dell’IdV.
Unica anomalia apparente è la presenza della lista di Grillo, ma  la relativa estraneità di m5s al sistema non è sufficiente per identificarlo come un nucleo di aggregazione di future forze rivoluzionarie, in grado di guidare la trasformazione del paese e di elaborare linee programmatiche nuove e alternative. Pare che anche Beppe Grillo vorrebbe riformare la società, togliere il potere ai politici e amministratori corrotti e dare luogo a un sistema sociale virtuoso in cui i capitalisti sono imprenditori che guardano al profitto ma vogliono anche il bene del Paese, ma il suo programma è parziale e rivela preoccupanti connotati liberisti , poco intuibili  dalla gente comune, abituata a slogan d’effetto, se consideriamo “che il 71% della popolazione italiana si trova al di sotto del livello minimo di comprensione nella lettura di un testo di media difficoltà e il 20 % possiede le competenze minime per orientarsi e risolvere, attraverso l'uso appropriato della lingua italiana, situazioni complesse e problemi della vita sociale quotidiana” (fonte Corriere della Sera), sono  le stesse persone che, private di strumenti culturali,  si lasciano rassicurare dai  buffoni di corte, che si prendono gioco dei politici, tanto per dare l’idea di una società democratica in cui il Potere sa ridere di se stesso.
Così mi sono così voluta soffermare  su un tema fondamentale  come quello  della scuola, da cui  non possono essere elusi  i principi insostituibili relativi agli aspetti filosofico/pedagogici, come alle problematiche didattico/metodologiche, sino ai temi di natura politico/amministrativa, e alle piccole questioni di pratica quotidiana, aspetti complessi che lasciano quanto meno interdetti   vederli  ridursi ad uno sterile elenco di ovvietà , non supportate  da proposte concrete inserite in un quadro più generale lucido e di spessore.  Così come è formulato il programma elettorale del M5s non dice nulla in materia di  istruzione non raccoglie che alcuni enunciati, secchi e talvolta ambigui. Viene  evocato, a vario titolo, il totem della tecnologia, che per  una volta pare davvero mettere d'accordo tutti, da Renzi a Monti, a Profumo alle tre I della signora Moratti. Scandagliando   nello specifico i vari punti la prima questione da sollevare è determinata proprio dal primo in ordine di elenco: cosa vuol dire abolizione della riforma Gelmini’? ipotiziamone la cancellazione totale, il cui costo è stato di 8 miliardi  di euro più 140.000 posti di lavoro persi, con  questo intervento recederebbe in un sol colpo la cancellazione del riordino dei cicli con tutta la consequenziale normativa derivata. Insomma precipiteremmo in  un vuoto normativo che traccerebbe la fine della scuola pubblica-statale, a tutto vantaggio delle scuole private parificate e non. E poi con che cosa  si vorrebbe sostituire con un ritorno allo stato quo ante o  si ha un’idea diversa di scuola che non traspare da  nessun elemento del brevissimo elenco del programma, se non una riaffermazione delle linee del ministro Profumo relative all’eccessiva  informatizzazione del sistema scolastico nell’ambito della formazione? Sempre in riferimento   all’abolizione della legge 133/08 (triangolazione Gelmini, Tremonti Brunetta) forse chi ha stilato questo 13 punto del programma non sa che  sono stati rivisitati, ordinamenti scolastici (determinazione delle scuole superiori, con creazione di nuovi indirizzi e soppressione di altri; numero di ore di lezione; taglio di alcune discipline; tempo pieno e tempo prolungato, ecc.); rapporto studenti-docente (aumento del numero di alunni per classe); obbligo scolastico, divenuto con quella norma definitivamente obbligo d'istruzione, con equiparazione dell'ultimo anno del biennio delle superiori ad un anno di formazione professionale o addirittura di apprendistato. Insomma la rivoluzione c’è stata ma  catastrofica, durante la quale non mi risulta che Grillo si sia speso più di tanto!
Aldilà della sfilza di dichiarazioni demagogiche, vanno però sottolineati alcuni punti (non del tutto coerenti con le altre affermazioni, ma interessanti): Risorse finanziarie erogate solo alla scuola pubblica (quindi anche le private paritarie- pubbliche), una dichiarazione risoluta su un problema parità scolastica e fondi ad essa destinati, stridenti con i principi della Carta Costituzionale art.33 e con il principio di laicità, considerato che 1'81% delle scuole paritarie è confessionale. Una linea di continuità che ha visto alleati tutti i vari governi e a quanto pare anche Grillo che nulla ha detto in merito all’attuale legge di bilancio che ha ridotto  il Fondo d’Istituzione scolastica di 47,5 milioni di euro , forse per punire i docenti che non volevano lavorare gratis, riconfermando il finanziamento alle scuole paritarie di 223 milioni di euro  .
Gli altri punti del programma, dall’insegnamento gratuito della lingua italiana per gli studenti stranieri, alla adozione dal 2011-2012, del collegio dei docenti esclusivamente libri utilizzabili nelle versioni on line scaricabili da internet o mista.,sino all’obbligo della lingua inglese dalla prima classe del ciclo della primaria, caratterizzano  imprecisioni dovute alla non conoscenza della normativa scolastica più recente e non solo, ma se fino ad ora abbiamo parlato di peccati veniali ciò che taglia la testa al toro, manifestando la vera volontà massonico-liberista di snaturare  la natura profonda del nostro sistema scolastico e formativo, è l’abolizione del valore legale del titolo di studio (cfr mio articolo Laurea d’annata): ipotesi che metterebbe in discussione l'assetto istituzionale del sistema scolastico, perché comporterebbe una "liberalizzazione" (oggi molto di moda) dei percorsi formativi sul modello americano, moltiplicando i "progettifici", senza un progetto culturale nazionale. Verrebbe sfrangiato il sistema nazionale,accentuando le divaricazioni tra scuole e atenei determinando una diversità di valore dei diplomi, legittimando la liberalizzazione dei titoli di studio basata su valutazione di mercato Una operazione oltre che sbagliata alquanto pericolosa, poiché implicherebbe  in sé la discrezionalità del titolo sulla base della sede e dell’anno, nel senso che un diploma del 2004 sarà più appetibile di quello conseguito nel 2012 nella stessa sede  e per lo stesso percorso formativo scolastico o  universitario.

Nell’attesa di tempi migliori non resta che meditare e… studiare!

adele dentice

venerdì 14 settembre 2012

o sangue amare : la scuola è della mafia

NEET,ovvero un’intera generazione di giovani dai 15 ai 29 anni che non
studia e non lavora . I dati dell’Ocse sono impietosi oltre a farci
precipitate al penultimo posto della classifica ci danno un quadro
inquietante dei figli delle periferie ,quelli i cui genitori hanno un
tasso di istruzione modesto che non riescono a migliorare e sono
esclusi da qualsiasi percorso , destinati ad essere schiavi , a vivere
ai margini della società facile preda della criminalità organizzata che,
approfittando della crisi, sta gonfiando le proprie fila di militanti
Altro che ascensore sociale! la scuola pubblica è stata destrutturata
e depotenziata nella sua funzione formativa e preventiva soprattutto
in territori  con alta vocazione criminale . In queste zone più che in
altre sarebbe dovuta essere imperativa per le scuole la necessità di porsi come
istituzioni attente,oltre che  alle esigenze degli adolescenti, allo
sviluppo e alla radicalizzazione della  cultura della legalità e della
solidarietà   che possano fungere da  barriera   contro le
infiltrazioni delle organizzazioni criminali che intendono i minori
come fonte di danaro e di consenso politico. La scuola rappresenta,
infatti, un vivaio e la sede ottimale per il reclutamento, ma quando
isolatamente purtroppo
si vuole anteporre al modello sotto-culturale forte, che si impone ai
giovani, un sapere  radicalmente alternativo, allora diventa oggetto di
atti vandalici e le persone che vi operano oggetto di atti
intimidatori.
Oggi la scuola nei territori disagiati  è il centro delle
contraddizioni, perché pur rimanendo il presidio per eccellenza della
legalità nel quartiere è anche il punto di incontro dei conflitti
virtuali tra la criminalità organizzata, che si materializza nelle
dinamiche comportamentali e relazionali tra bambini, donne, a volte
complici e a volte vittime, e gli operatori scolastici. Questi ultimi,
privi di adeguati strumenti strategici, si mostrano a volte inadeguati
al compito di dover arginare e contrastare fenomeni tanto complessi.
Un tragico fenomeno riconducibile alla politica di disinvestimento nella scuola
pubblica, che in zone  depresse dovrebbe prevedere l’utilizzo dei
migliori insegnati e dell'allungamento del tempo scuola, impedire la saltuarietà
dei docenti e delle programmazioni. IAl contrario si lavora sull’
emergenza, sull'approssimazione
e sul contenimento .e  lo scenario attuale, si limita a conferire
all’istituzione, qual’ora non si proceda alla sua definitiva
eliminazione,  il ruolo di  un contenitore di ragazzi o bambini, che di fatto
utilizzano la scuola come spazio utile a favorire l’apprendistato
della criminalità organizzata. E’ infatti ormai riconosciuto anche
processualmente  che le organizzazioni mafiose per garantire la
continuità operativa ed usufruire dell’impunità  dei minori, reclutano
tra le loro fila molti giovanissimi la cui età si abbassa  sempre di
più. Vengono, naturalmente  privilegiati  quartieri ad alto tasso di
disoccupazione,
in cui vige la regola del più forte, della violenza, e di solito sono
ragazzi che provengono da famiglie disagiate che spesso abbandonano la
scuola prima dell’assolvimento dell’obbligo scolastico. Questi ragazzi
privi di  adeguati strumenti culturali di difesa si lasciano
affascinare  dal carisma del leader, in particolare se latitante,
perché ai loro occhi è più forte dello Stato, incapace di catturarlo,
e il boss diventa un modello da imitare e di cui fidarsi. Ed è qui
la forza aggregativa della Mafia, nel suo porsi come Mito senza negare la
realtà ma purificandone l’immagine, ne deriva una profonda equivocità
sui valori  e la giustizia la famiglia, la religione, la fedeltà
vengono usati per mascherare la vera identità criminale
dell’organizzazione; né aiutano i messaggi controversi diffusi da
fiction televisive, molto seguite dai ragazzi, che hanno favorito e
rinforzato una mentalità controversa rispetto alla riconoscibilità del
ruolo del boss delineato come un modello forte da imitare, la stessa
reclusione viene interpretata e ostentata come un valore aggiunto.
 La mafia promette  ai giovani ciò che la società non riesce ad
offrire. Essa rappresenta per i giovani una risposta al loro bisogno
di identità, di appartenenza, di rispetto e di ricchezza, in cambio
dell’obbedienza: la Mafiosità quindi non è un fatto criminale,
risolvibile con l'intervento repressivo,
ma è soprattutto “cultura diffusa”  che alimenta l’illegalità e l’omertà
innescando un circuito da cui è difficile uscire, fondato da dati
comportamentali, emotivi e cognitivi, un patrimonio trasmesso
attraverso reti relazionali composte dalla famiglia e dalle comunità
di appartenenza.
Se la famiglia è il luogo fondativo dei processi relazionali, la
scuola come agenzia principale della socializzazione secondaria è la
fucina di apprendimento dei codici che, se interpretati in maniera
distorta, come l’obbedienza e l’autorità, accentuano il mantenimento
del Pensare mafioso appreso in famiglia. Di fronte a comportamenti
devianti l’istituzione, e più in generale la società civile, tende ad
interpretarli più come una malattia da controllare o da cui
difendersi, che considerarla come una condizione esistenziale
riproponendo modalità di intervento che non producono alcun
giovamento, privilegiando iniziative frammentate o
slegate oppure  applicando il modello moralistico della
istituzionalizzazione che ghettizza i ragazzi più che favorirne
l’inclusione sociale. Ambedue i sistemi consentono solo di stornare
cospicue somme di danaro pubblico senza incidere minimamente sul
fenomeno e rinforzano circuiti clientelari , garanti di appoggi
elettorali.
C'è chi poi interpreta ottimisticamente il declino delle organizzazioni,
poiché non emergono fatti di cronaca rilevanti, ma viene
clamorosamente smentito
quotidianamente dai fatti;si continua a spacciare in
prossimità dei luoghi di aggregazione giovanile , a
lucrare sui rifiuti tossici e sul traffico delle armi , soprattutto si
continua a sostenere un ruolo socializzante nelle aree più degradate e
povere , nei quartieri dormitorio, dove l’organizzazione criminale
sembra essere l’unica forma
di potere riconosciuto e d ove il radicamento culturale le consente di
rigenerarsi, dove bambini e i ragazzi rimangono
incastrati a vita nelle scelte delinquenziali e nella cultura mafiosa.
E’ in questi territori, dove sembra impossibile il contrasto alla
criminalità che la scuola pubblica avrebbe dovuto essere  difesa, evitando la
costruzione degli ennesimi cartelli di associazioni  ma costruendo un
laboratorio permanente in cui ciascuno possa partecipare senza
abbandonare la propria identità istituzionale associativa o
individuale con l’obiettivo comune di risolvere in chiave creativa i
fenomeni di devianza superando la logica assistenzialistica e
clientelare,

adele dentice

domenica 2 settembre 2012

SCUOLA E SPENDING REVIEW: LA POLITICA DELLA MISERIA, soprattutto morale



Bilanci scolastici, ai tagli per le scuole all'estero, ferie non godute, vicari, pagelle online, soprannumerari ed inidonei e altro.
La prima lettura ci fa capire che chi ha operato i tagli lineari valevoli su tutte le amministrazioni , non sa come si muove la macchina organizzativa della scuola, l’ignoranza pilotata fa  saltare agli occhi le contraddizioni profonde che caratterizzano questa ennesima finanziaria celata, a partire  dalla giostra del  sistema pensionistico che in una prima fase  impone l’uscita dei pubblici dipendente su  base anagrafica  poi reintroduce  i vecchi sistemi , però escludendo i docenti della scuola e gli inidonei costretti a transitare nei profili ATA (non docenti, segreterie ecc). Altri pessimi esempi sono rappresentati dal divieto di monetizzare le ferie non godute e l’obbligo di accesso ai servizi on line. Nel primo caso , art 5 comma 8, non si tiene conto che il divieto è inapplicabile con i supplenti perché c’è l’obbligo di assicurare il diritto allo studio e la scuola non può mettere in ferie il dipendente prima che termini il rapporto di lavoro, nel secondo caso non si considera  che la de materializzazione degli atti amministrativi obbligatori per gli utenti esterni ed interni , potrebbe colpire  magari qualche milione di famiglie che non ha né gli strumenti tecnici né le competenze necessarie per accedere ai servizi on line.  
Tra i punti critici più discutibili e iniqui c’è art 14 comma 13 e 15 in riferimento a  3,765 docenti permanentemente o temporaneamente inidonei per motivi di salute , i quali dovrebbero  essere utilizzati nei profili ATA mettendo sul lastrico  3.800 lavoratori e altrettanti docenti precari  , inoltre gli inidonei  alle soglie della pensione e malati si vedrebbero costretti a svolgere il lavoro gravoso di assistente amministrativo magari  in provincia. E’ questa una norma “illegittima” poiché il personale mantiene lo status quo di docente nonostante siano posti “temporaneamente “ fuori ruolo, l’art 2103 dello Statuto dei lavoratori chiaramente prevede che “il prestatore di lavoro deve essere adibito alle mansioni per le quali è stato assunto o a quella corrispondenti alla categoria superiore  che abbia successivamente acquisito…. Senza alcuna diminuzione della retribuzione
Poi ci sono i docenti in esubero e parliamo di 10.000 lavoratori , docenti soprannumerari resi tali dai vari dimensionamenti e revisioni ,che sono utilizzati in ambito provinciale senza alcun rapporto con la formazione  professionale ( nel senso che un docente di artistica potrebbe trovarsi a fare da tappabuchi su una cattedra di matematica!), con conseguenze deleterie per le prestazioni professionali, sui livelli occupazionali di docenti abilitati , specializzati con anni di esperienza, ma precari, sugli interessati che verrebbero utilizzati come tappabuchi
Così in un colpo solo 15.000 lavoratori con decenni di esperienza alle spalle vengono fatti fuori
Un’altra sferzata importate quella sui docenti italiani all’estero  una combinazione perfetta di interventi che aprono  definitivamente la porta alla privatizzazione infatti con il taglio del 41% degli investimenti che colpiscono corsi di lingua e cultura nelle scuole e università all’estero.Volendo mantenere gli attuali standard qualitativi lo Stato deve per forza delegare al privato, smantellando di fatto due leggi che garantivano uno dei pochi servizi di qualità del nostro sistema scolastico il S.Lgs 297/94 e la legge 153 /71. Le scusanti miserevoli sono quelle di far cassa in realtà , e temo che il tempo mi darà ragione, si trasformerà in un'altra contribuzione a enti privati che sulla carta manterranno il servizio sacrificando ancora una volta il personale precario in servizio all’estero : Insomma un intervento drastico che sfigura ancora la suola rendendola incapace di agire, senza alcuna finalità di miglioramento , risparmiando e privilegiando le scuole private e le ore di religione che diventano “credito formativo”, risparmio a seno unico , quindi  in questa alleanza tra banche e altare!|

Adele Dentice

domenica 8 luglio 2012

Religione di Stato ...tra privilegi e deficit di democrazia!

Ci sarebbe da chiedersi dove è andata a finire  la libertà individuale se, in una società multietnica come la nostra, di fatto una  religione è  religione di Stato.

Che  la scuola debba essere  laica e plurale, evitando le salottiere scorribande atee – sbeffeggiatrici, dovrebbe essere la mission di chi afferma di voler difendere la Costituzione in ordine alla pari dignità sociale di tutti i cittadini e l’eguaglianza di fronte alla legge, senza distinzione di religione (art. 3), il diritto di tutti di professare liberamente la propria fede religiosa (art. 19) e l’uguale libertà di tutte le confessioni religiose (art. 8): principi che non varrebbero nulla se non si tenesse ferma la distinzione tra gli ordini propri dello Stato e della Chiesa cattolica, secondo l’articolo 7  Oggi più che mai, dove ad atei, gnostici, laici e minoranze religiose, si aggiungono, in numero crescente, i seguaci delle religioni legate all'immigrazione dovrebbe essere naturale assicurare che la cultura dominante non soffochi le minoranze e dia ampio spazio all’ascolto delle alterità e al confronto con prospettive culturali diverse, ma non sembra sia così se i Principi forti della Costituzione, un tempo considerati irrinunciabili, ora sembrano slittati verso un sottoruolo perché pare non più adatti ai tempi che viviamo. Così la scuola della costruzione di una società di tutte e di tutti dove Cattolici e non cattolici difendono il principio di laicità della scuola pubblica, ripudiando l’idea che lo Stato possa imporre una determinata visione del bene , diventa fuori tempo, non moderna,  grazie, anche, ai  numerosi equivoci che hanno fatto identificare nell’opinione pubblica  il termine laico o come agnostico o ateo. E' nella sostanza un deficit di democrazia che la riduzione della libertà d’insegnamento, con i camuffamenti del’autonomia e la trasformazione dei presidi in tirannelli locali,  e la negazione della laicità della scuola hanno introdotto  ancor prima del trionfo capitalista della scuola delle tre I , informatica - inglese –impresa, promosso da Berlusconi , condiviso dallo schieramento destra-centro-sinistra e riproposto dall’”innovativo” programma di Grillo. Eppure la privatizzazione della scuola pubblica sembrerebbe il male minore, se si considera che  la violazione della cultura della laicità, disconosce il pieno diritto dell’altro ad essere diverso ed a pensare diversamente. La Scuola della Repubblica, che  a parole prepara le nuove generazioni a vivere in società pluraliste superando l’ipocrisia della tolleranza reciproca, questa si ammuffito retaggio della cultura finto buonista, avrebbe dovuto lasciarsi alle spalle i Patti Lateranensi, ma  nel 1984,  a Villa Madama il “decisionista” Craxi e monsignor Casaroli in rappresentanza di Giovanni Paolo II, firmarono uno dei tanti compromessi della nostra politica  che modificava il Concordato lateranense, utilizzando  la stessa procedura usata tra Stato e Chiesa ai tempi di Mussolini, cioè senza alcuna possibilità di intervento da parte del parlamento, varando un nuovo Concordato tra Stato e Chiesa, votato da tutto l’arco costituzionale (con la sola astensione dei liberali e il voto contrario di radicali, Pdup e Sinistra indipendente).

Se in quella sede fu eliminato l’ anti-costituzionale richiamo al cattolicesimo come sola religione ufficiale e l’insegnamento della religione nelle scuole diventò facoltativo , lo Stato italiano dovette in cambio pagare un prezzo molto alto dovendo  retribuire insegnanti nominati da uno Stato straniero, oltre all’ introduzione nelle scuole materne dell’ora di religione. Inoltre, preparando il terreno alla legge sulla parità di D’Alema del 2000, fu stabilito  che le scuole private cattoliche avessero un trattamento scolastico uguale a quelle statali, per inciso va sottolineato che con questo accordo fu aperta la strada al sistema dell’8 per mille del gettito Irpef (con la lascito automatico alla Chiesa cattolica lì dove non ci fosse espressione di  scelta), fu stabilito l’obbligo per lo Stato di finanziare le attività, il personale e il funzionamento della Chiesa cattolica, con le sue decina di migliaia di istituti religiosi, parrocchie ed enti di varia natura, che avessero dichiarato di svolgere un “servizio sociale”, venne assicurata l’esenzione dall’Iva e dall’imposta su terreni e fabbricati e sulle successioni. e lo Stato, con la scusa della tutela artistica,  si sobbarcò il peso economico della costruzione e la manutenzione di edifici di culto.

Sono passati diversi anni ed oggi solo con l’8 per mille il Vaticano guadagna circa 1 miliardo di euro l’anno e nel 2011 la cifra ha raggiunto il record di 1.118 milioni, solo sulla base di una apparente volontà maggioritaria dei cittadini italiani (il 44% dei contribuenti indica a chi attribuirlo e di questi solo il 35% sceglie la Chiesa cattolica) A queste cifre  si aggiungono i 360 milioni per gli stipendi degli insegnanti dell’ora di religione, 460 milioni per esigenze di culto e pastorale, 235 milioni per interventi caritativi, altri 700 milioni circa versati da Stato ed enti locali per le convenzioni su scuola e sanità. Ma non è tutto, mentre i cittadini italiani vengono privati di diritti fondamentali con i tagli scellerati ai servizi fondamentali e al non più diritto al lavoro, il nuovo governo continua a privilegiare e accontentare lo Stato della Chiesa. Pochi giorni fa ha nella figura dl ministro dell’Istruzione, Francesco Profumo, ha rafforzato il concordato del 1985 firmando due nuove intese con  il presidente della Conferenza episcopale, il cardinale Angelo Bagnasco, che puntano a rendere sempre più organici i docenti di religione  cattolica nella scuola pubblica, oltre ad aumenta re i contributi di 200 milioni di euro alle scuole private. Tra l’altro gli insegnanti di religione cattolica già godono di alcuni straordinari privilegi  come l’attribuzione rigida per classe,  significa che nell’era degli accorpamenti e dei tagli, se in una classe solo uno studente dovesse optare per l’insegnamento della religione cattolica sarà comunque assegnato per quella classe un docente di religione.

Milioni e milioni pagati da tutti, incomprimibili e insindacabili di gran lunga superiori al costo della casta politica. Amen!

Adele Dentice

venerdì 6 luglio 2012

Religione di Stato... privilegi e deficit di democrazia


Ci sarebbe da chiedersi dove è andata a finire la libertà individuale se, in una società multietnica come la nostra, di fatto una religione è religione di Stato. 
Che  la scuola debba essere  laica e plurale, evitando le salottiere scorribande atee – sbeffeggiatrici, dovrebbe essere la mission di chi afferma di voler difendere la Costituzione in ordine alla pari dignità sociale di tutti i cittadini e l’eguaglianza di fronte alla legge, senza distinzione di religione (art. 3), il diritto di tutti di professare liberamente la propria fede religiosa (art. 19) e l’uguale libertà di tutte le confessioni religiose(art. 8): principi che non varrebbero nulla se non si tenesse ferma la distinzione tra gli ordini propri dello Stato e della Chiesa cattolica, secondo l’articolo 7  Oggi più che mai, dove ad atei, gnostici, laici e minoranze religiose, si aggiungono, in numero crescente, i seguaci delle religioni legate all'immigrazione dovrebbe essere naturale assicurare che la cultura dominante non soffochi le minoranze e dia ampio spazio all’ascolto delle alterità e al confronto con prospettive culturali diverse, ma non sembra sia così se i Principi forti della Costituzione, un tempo considerati irrinunciabili, ora sembrano slittati verso un sottoruolo perché pare non più adatti ai tempi che viviamo. Così la scuola della costruzione di una società di tutte e di tutti dove Cattolici e non cattolici difendono il principio di laicità della scuola pubblica, ripudiando l’idea che lo Stato possa imporre una determinata visione del bene , diventa fuori tempo, non moderna,  grazie, anche, ai  numerosi equivoci che hanno fatto identificare nell’opinione pubblica  il termine laico o come agnostico o ateo. E' nella sostanza un deficit di democrazia che la riduzione della libertà d’insegnamento, con i camuffamenti del’autonomia e la trasformazione dei presidi in tirannelli locali,  e la negazione della laicità della scuola hanno introdotto  ancor prima del trionfo capitalista della scuola delle tre I , informatica - inglese –impresa, promosso da Berlusconi , condiviso dallo schieramento destra-centro-sinistra e riproposto dall’”innovativo” programma di Grillo. Eppure la privatizzazione della scuola pubblica sembrerebbe il male minore, se si considera che  la violazione della cultura della laicità, disconosce il pieno diritto dell’altro ad essere diverso ed a pensare diversamente. La Scuola della Repubblica, che  a parole prepara le nuove generazioni a vivere in società pluraliste superando l’ipocrisia della tolleranza reciproca, questa si ammuffito retaggio della cultura finto buonista, avrebbe dovuto lasciarsi alle spalle i Patti Lateranensi, ma  nel 1984,  a Villa Madama il “decisionista” Craxi e monsignor Casaroli in rappresentanza di Giovanni Paolo II, firmarono uno dei tanti compromessi della nostra politica  che modificava il Concordato lateranense, utilizzando  la stessa procedura usata tra Stato e Chiesa ai tempi di Mussolini, cioè senza alcuna possibilità di intervento da parte del parlamento, varando un nuovo Concordato tra Stato e Chiesa, votato da tutto l’arco costituzionale (con la sola astensione dei liberali e il voto contrario di radicali, Pdup e Sinistra indipendente). Se in quella sede fu eliminato l’ anti-costituzionale richiamo al cattolicesimo come sola religione ufficiale e l’insegnamento della religione nelle scuole diventò facoltativo , lo Stato italiano dovette in cambio pagare un prezzo molto alto dovendo  retribuire insegnanti nominati da uno Stato straniero, oltre all’ introduzione nelle scuole materne dell’ora di religione. Inoltre, preparando il terreno alla legge sulla parità di D’Alema del 2000, fu stabilito  che le scuole private cattoliche avessero un trattamento scolastico uguale a quelle statali, per inciso va sottolineato che con questo accordo fu aperta la strada al sistema dell’8 per mille del gettito Irpef (con la lascito automatico alla Chiesa cattolica lì dove non ci fosse espressione di  scelta), fu stabilito l’obbligo per lo Stato di finanziare le attività, il personale e il funzionamento della Chiesa cattolica, con le sue decina di migliaia di istituti religiosi, parrocchie ed enti di varia natura, che avessero dichiarato di svolgere un “servizio sociale”, venne assicurata l’esenzione dall’Iva e dall’imposta su terreni e fabbricati e sulle successioni. e lo Stato, con la scusa della tutela artistica,  si sobbarcò il peso economico della costruzione e la manutenzione di edifici di culto. Sono passati diversi anni ed oggi solo con l’8 per mille il Vaticano guadagna circa 1 miliardo di euro l’anno e nel 2011 la cifra ha raggiunto il record di 1.118 milioni, solo sulla base di una apparente volontà maggioritaria dei cittadini italiani (il 44% dei contribuenti indica a chi attribuirlo e di questi solo il 35% sceglie la Chiesa cattolica) A queste cifre  si aggiungono i 360 milioni per gli stipendi degli insegnanti dell’ora di religione, 460 milioni per esigenze di culto e pastorale, 235 milioni per interventi caritativi, altri 700 milioni circa versati da Stato ed enti locali per le convenzioni su scuola e sanità. Ma non è tutto, mentre i cittadini italiani vengono privati di diritti fondamentali con i tagli scellerati ai servizi fondamentali e  al non più diritto al lavoro, il nuovo governo continua a privilegiare e accontentare lo Stato della Chiesa. Pochi giorni fa ha nella figura dl ministro dell’Istruzione, Francesco Profumo,ha rafforzato il concordato del 1985   firmando due nuove intese con  il presidente della Conferenza episcopale, il cardinale Angelo Bagnasco, che puntano a rendere sempre più organici i docenti di religione  cattolica nella scuola pubblica, oltre ad aumenta re i contributi di 200 milioni di euro alle scuole private . Tra l’altro gli insegnanti di religione cattolica già godono di alcuni straordinari privilegi  come l’attribuzione rigida per classe,  significa che nell’era degli accorpamenti e dei tagli , se in una classe solo uno studente dovesse optare per l’insegnamento della religione cattolica sarà comunque assegnato per quella classe un docente di religione.
Milioni e milioni pagati da tutti, incomprimibili e insindacabili di gran lunga superiori al costo della casta politica. Amen!

Adele Dentice

venerdì 15 giugno 2012

INVALSI: la mutazione genetica della scuola


“Non bisogna avere fretta nelle risposte, bisogna riflettere bene e a lungo”.

Questo era il vecchio modo di fare scuola che da sempre ha distinto l'Istituzione scolastica italiana , in particolare quella primaria, tra le migliori del mondo, per la sua attenzione alla sfera affettiva-relazionale  Andava bene in altri tempi  oggi, grazie anche all’apporto  dell’ex ministro Fioroni che ha introdotto l’obbligatorietà di un quiz in terza media che pian piano si è esteso a tutti  i livelli d’istruzione , la consapevole cautela con cui si interveniva nel rapporto formativo con i minori è stata sostituita da una prova oggettiva asettica che annulla, di colpo, la soggettività non solo dell’alunno, ma anche dell’insegnante.
Nella completa disinformazione  di genitori e docenti divisi tra scettici, assertivi e finalmente esplicitamente contrari, la prova oltre a mirare allo stravolgimento  della relazione didattica ed educativa, con la pretesa di “valutare “ in modo standardizzato e “oggettivo” le Competenze, si è andata    arricchendo di invasività
trasformandosi pian piano in schedatura di massa, propedeutica alla promozione di un nuovo modello di società; la questione , quindi, non può più limitarsi a considerazioni solo di natura didattica educativa, moralmente irrilevanti,  ma  diventa  prioritariamente politica.
Il nuovo sistema valutativo, moderno ed europeo, si inserisce a pieno titolo come ultimo atto   nel processo di  Privatizzazione, con la trasformazione radicale della funzione storica della scuola pubblica, e di anglosizzazione, sostituendo la relazione intersoggettiva con performance e valutazione oggettiva, come soluzione finale di controllo dei cervelli  che affollano le nostre scuole pollaio. Per chi non è del mestiere , ma anche per gli addetti ai lavori ormai persi e abbacinati dalla scuola tecnocratizzata, la valutazione è una
relazione bidirezionale ricorsiva che crea rimbalzi di messaggi  e, soprattutto, si basa sulla fiducia. Una attività educativa complessa e asimmetrica, poiché si fonda anche sull’autorevolezza del docente, che ha bisogno di conferme e il cui giusto valore  si riscontra nell’accettazione del giudizio, per poi procedere e migliorarsi.
Cosa ci ’azzeccano i test a tempo con tutto questo?, le repliche dei pro-Invalsi le possiamo già prevedere ,si vorrà dimostrare che anche l’invalsi è biridezionale poiché i ragazzi si aspettano il responso, rigoroso , senza appelli, uguale per tutti, ma l’apprendimento non si può valutare allo stesso modo nei diversi contesti, e  gli insegnanti ne sono consapevoli , per questo si confrontano e producono molteplici offerte didattiche, cambiano idea, ascoltano gli allievi e le allieve e  ci parlano; è questa didattica, flessibile e individualizzata, che fa la differenza  definendo la qualità dell’insegnamento, «I test scolastici sono un mezzo per misurare il grado di banalizzazione. Se lo studente ottiene il punteggio massimo, ciò è segno di una perfetta banalizzazione: lo studente è completamente prevedibile, e quindi può essere ammesso nella società. Non sarà fonte di sorprese, né di problemi» ( Heinz Von Foerster, Sistemi che osservano, Astrolabio, Roma 1987 pag. 130).
A questo poi va aggiunto lo stress da competizione che coinvolge alunni e docenti portati a dover rivaleggiare tra loro, eludendo le buone pratiche dello scambio e della condivisione, le prove pensate per risposte in velocità, non tengono conto  dei diversi  ritmi di apprendimento delle intelligenze multiple  che è doveroso rispettare, invece per la classe Seconda della scuola primaria (7 anni) l’invalsi propone la prova cronometrata di lettura, non solo ma se in una scuola prevalgono talenti artistici, e quindi intelligenze intuitive non ingabbiabili in schemi precostruiti, questi incideranno negativamente sulla valutazione globale dell’istituto
Ci sono poi altri elementi che devono farci essere dubbiosi e guardinghi rispetto a questa nuova frontiera didattico-educativa ed è la disuguaglianza e la discriminazione verso le fasce più deboli della popolazione giovanile, particolarmente odiosa  quella rivolta verso i diversamente abili nei confronti dei  quali la scuola  italiana si è sempre distinta per la sua attenzione, intendendo le diversità come valore, lo testa l’eliminazione delle barbare scuole speciali e delle classi differenziali (L. 517/77). La disabilità invece non rientra nel sistema di valutazione Invalsi, ignorando da un lato l’impegno delle scuole affinchè i disabili raggiungano le piene  competenze secondo le loro potenzialità, e dall’altro si rimette alle scuole la decisione di far partecipare gli alunni disabili i cui risultati dovranno essere elaborati in maniera a sè stante così da non incidere sul risultato
medio della scuola o della classe. Non ci sono parole! 
Altra discriminazione si cela dietro la falsa meritocrazia slegata da ogni criterio di promozione e uguaglianza sociale, ennesima svalutazione  dei principi fondanti della nostra Costituzione, che per logica conseguenza prevedono l’intervento dello Stato lì dove ci sono criticità e debolezze, essendo la scuola e l’istruzione  strumenti a servizio del cittadino; invece, snaturando questi i diritti principali espressi e voluti dai padri costituenti, saranno le scuole che otterranno risultati maggiori ad avere più soldi, criterio apparentemente logico, forse condivisibile per una fabbrica di bottoni, ma, quanto meno, iniquo se si parla di adolescenti e bambini, aprendo squarci di disuguaglianza sociale spaventosi; saranno le scuole più ricche frequentate dai figli del benessere ad avere maggiori riconoscimenti economici e saranno questi ragazzi ad ottenere la medaglietta del merito, “l’alunno d’oro o l’alunno dell’anno”, realtà raccapricciante poiché vengono esclusi i figli delle periferie, coloro che apparterranno a vita alle scuole di serie B , che nonostante il loro impegno e quello dei docenti, avranno un titolo di studio che varrà di meno. Se si ha la pazienza di leggersi  i documenti di Sintesi dell’INVALSI sulla valutazione degli apprendimenti ciò che salta agli occhi è l’ampia disuguaglianza dei risultati scolastici nelle regioni meridionali che viene associata all’alta disuguaglianza del reddito e alle caratteristiche strutturali dei singoli sistemi scolastici.
A questa discriminazione si lega la doppia schedatura di docenti e alunni, i primi sottoposti a un controllo diretto per differenziare le retribuzioni, sulla base del merito pubblico (vedi Brunetta-Aprea), e già si esplicitava tra le righe del progetto Gelmini dove gli INVALSI dovevano servire a misurare le scuole nel loro complesso, mentre per premiare il singolo docente era previsto un nucleo interno di valutazione che  dovrebbe valutare, sulla base di dati non meglio precisati, per cui il panorama futuro sarà costituito da  docenti che gareggeranno per meglio adattarsi  a questa didattica moderna ed europea, burocratica e di regime.
Se, in teoria, i docenti potrebbero rimanere indifferenti rispetto a questa schedatura e ritenersi  liberi di essere considerati più o meno premiabili sfuggendo al ricatto della diversificazione delle carriere, per i giovani alunni questo non può avvenire, dopo aver eliminato i diversamente abili, fuori mercato e non produttivi, per gli altri si è creato un sistema di falsa anonimità, nome cognome scuola e collocazione geografica sono rintracciabili attraverso un codice identificativo che seguirà il cittadino dai 7 anni in poi, con il quale si potrà, volendo, costruire un portfolio fruibile nel “mercato” delle competenze. Se non è schedatura di massa questa...
La scuola del futuro è una ben miserabile realtà , infarinatura di qualche lievissimo contenuto erogato da testi invalsizzati (“stiamo invalsizzando i nuovi testi”, tranquillizzano le case editrici) gli statuti delle discipline sono mutati alla radice : il tema, nel quale si esercitava la complessità delle competenze, saperi e soggettività dello studente  ha perso centralità a favore della comprensione del testo preferendo una prova completamente decontestualizzata. Gli insegnanti saranno sostituiti da erogatori di servizi educativi, professione di bassa qualità per la quale l’OCSE fin dal 1996 sostiene che non sia necessaria una laurea, per cui la professione docente è inessenziale anche perché la scuola informatizzata non ha bisogno di capacità particolari basta un’aula i pc e magari per i più fortunati un grande schermo, questo serve per creare cittadini  acquiescenti nel
lavoro e nella società, colmi di “spirito aziendale e di gestione”, la cui massima flessibilità cognitiva deve essere quella richiesta dalla impresa capitalista. “La valorizzazione del capitale umano deve essere un aspetto centrale: sarà necessario mirare all’accrescimento dei livelli di istruzione della forza-lavoro, che sono ancora oggi nettamente inferiori alla media europea, anche tra i più giovani. Vi contribuiranno interventi mirati sulle scuole…anche mediante i test elaborati dall’Invalsi e la revisione del sistema di selezione, allocazione e valorizzazione degli insegnanti” Monti. La drastica riduzione degli investimenti, condotta da tutti gli ultimi
ministeri, il taglio di scuole, materie, orari e posti di lavoro, l’espulsione dei precari, il blocco di contratti e scatti di anzianità, il furto delle pensioni tutto ciò rientra in una strategia che non è stata determinata dalla crisi, arriva damolto lontano nel tempo e nello spazio, alla base vi è una volontà precisa, quella di modificare il pensiero partendo dalle generazioni future , non è un caso che nel processo di destrutturazione della società , il primo feroce attacco al mondo del lavoro con la sperimentazione del primo licenziamento di massa della storia è partito dalla scuola, una massa immane di precari inoffensiva e ricattabile.

Adele Dentice

martedì 15 maggio 2012

Le professoresse PON PON


Non me ne vogliano i signori colleghi uomini , ma mi sembrava più
calzante utilizzare il genere femminile per titolare questo mio
ennesimo sfogo declinato sull’effimero ruolo che oggi svolge il
settore della formazione e dell’”Istruzione(!); nel reale nulla ci
differenzia , soprattutto siamo così simili  nella nostra vocazione
corale  alla servile sudditanza ideologica dell accettazione della
imperante scuola-progettificio con la giungla  di bandi e Fondi
strutturali europei , meglio noti come PON Le poche menti libere
provano a opporre una tenue resistenza  ma sono oscurate,come ormai è
consuetudine nel nostro civile mondo, mentre la stragrande  di noi  si
assoggetta alla liturgia dei PON e alla loro moltiplicazione, non
certo per rispondere ai bisogni formativi, sociali e culturali degli
studenti, ma per obbedire solo ad una logica affaristica, sperpero di
denaro per offrire il gioco pomeridiano del piccolo danzatore di balli
rituali di antiche comunità svizzere , o per emulare le imprese archeo
– fantasiose di Indiana Jones, oppure preparare  allo studio del
latino in 30 ore .

Siamo noi docenti il vero flagello della scuola italiana privati
della professionalità, stretti dallo stato di insoddisfazione,
demotivazione e avvilimento, una categoria di lavoratori abbandonata a
se stessa che recita una commedia priva di spettatori. Siamo stati,
negli anni passati,  responsabili  dell’opinione superficiale e
mutevole della grande massa dei cittadini sulle complesse funzioni di
governo e della politica, siamo stati strumenti  di condizionamento
mentale di quella antica pratica che assegna il ruolo politico a chi
meglio sa cogliere e mitigare gli umori della gente , ruoli dai quali
siamo stati estromessi poichè molto meglio e con maggiore minuziosità
lo svolgono  i  media e i più accreditati detentori dell’alta
formazione universit – aria fritta, ospiti fissi del circo
mediaticoAttualmente al  corpo docente svuotato della propria funzione
educativa e formativa non resta, nel prossimo immediato futuro,  che
fungere da  manovalanza, tramutare le proprie componenti in operatori
e assistenti di una scuola informatizzata che diffonde “saperi”
strutturati e incanalati in percorsi funzionali al sistema, puniti
perchè gli insegnanti hanno mostrato  «un'insufficiente comprensione
della realtà economica, degli affari e della nozione di profitto», in
particolare i professori di scienze cosi dette umane concentrati com’
erano a perdersi tra gli inutili  sproloqui dei vari Dante, Leopardi o
Montale o peggio ancora nei labirintici circuiti del pensiero
filosofico, carta straccia, perdita di tempo, l a conclusione che si
impone è quella che  industrie e istituti scolastici e universitari
devono lavorare «congiuntamente per lo sviluppo di programmi di
insegnamento», in particolare con il ricorso al «teleapprendimento»,
al «teleinsegnamento» e alla messa a punto di «Software didattici»
(per l'apprendimento attraverso il computer). ). "L'insegnamento a
distanza (...),è particolarmente utile (...) per assicurare un
insegnamento e una formazione redditizi (...). Un insegnamento di
elevata qualità può essere così concepito e prodotto in una sede
centrale, per essere quindi diffuso ai livelli locali, con la
possibilità di fruire di economie di scala (indicazioni  della
Commissione Europea Il 7 marzo 1990)

 La scuola del futuro, dopo aver eliminato o ridotto al minimo ogni
forma di umanità ormai inessenziale, sarà uno schermo e tante
postazioni e qualcuno che sorvegli che le giovani menti vengano
insaccate di contenuti virtuali prestabiliti e preconfezionati,
bloccando ogni  minimo accenno di pensiero critico e creativo; gli
insegnanti residuali si occuperanno della popolazione "non
redditizia", per intenderci  le scuole di periferia nei sobborghi
delle grandi città e nel sud, mentre ai migliori servi, trasformati in
collaborazionisti, verrà concessa la direzione di una mega suola
pollaio che elargirà ai propri vassalli la soddisfazione del ruoletto
di tutor o esperto esterno per racimolare (se gli va bene) qualche
soldino, immediatamente prosciugato dalle trattenute e dalla crisi
imperante. Questa è l’evoluzione  della scuola dell’autonomia
preconizzata dal ex-ministro Berlinguer ,il distruttore,  la
cosiddetta scuola democratica che mescola l’autoritarismo dei presidi
alle tessere sindacali più rappresentative, che svia il concetto di
serietà e merito,contrabbandandolo come derivazione fascio-destrosca,
sostituendolo  con il facilismo buonista di sinistra  deleterio e
distruttivo , legittimando di fatto la classificazione di scuole
d’elite o diplomifici , di solito scuole di periferia e scuole
private,  distorcendo  il messaggio di Don Milani che per gli ultimi
sognava una scuola seria e per tutti, facendolo diventare l’emblema
del cattocomunismo italiano e del suo populismo irrefrenabileSenza che
ce ne accorgessimo siamo giunti tramite  il processo di
democratizzazione  e di smantellamento della Riforma Gentile,
altamente meritocratica, ad  una scuola ridicolarmente  classista che
ci propinano come seria e meritocratica attraverso il “controllo”
dell’ente non meglio identificato OCSE e delle prove INVALSI, che
oltre ad essere pericolosamente invasive sono grottesche e poco
scientificamente  credibili , a cosa servono quindi? Semplicemente
sono il “giusto” strumento di ristrutturazione della scuola, messa
definitivamente sotto ricatto poiché legherà alla valutazione il
sistema di finanziamento alle scuole pubbliche , statali e private,
nel senso che per poter accedere e non venire soppresse  i saperi
diffusi nei vari istituti attraverso le farse dei curricula dovranno
rispondere ai criteri  dell'apprendimento aperto e a distanza  per
rimanere competitivi sul mercato globale “L'istruzione deve essere
considerata come un servizio reso (...) al mondo economico. (...) I
governi nazionali dovrebbero vedere l'istruzione come un processo
esteso dalla culla fino alla tomba (...). Istruzione significa
apprendere, non ricevere un insegnamento (...) Non abbiamo tempo da
perdere". (Bruxelles 26 maggio 1994 , in occasione del G7 da una
relazione della ERT).

 Purtroppo le mie non sono proiezioni , i modelli americani in cui
pochi godono di un sistema scolastico e sanitario eccellente, mentre i
ceti popolari sono costretti a mandare i figli nelle scuole pubbliche
rottamate, a curarsi negli ospedali pubblici depauperati, sono già
sono una realtà. Prepariamoci , quindi, a godere sicuramente di una
scuola di massa, composta da individui trasformati in clientes, buoni
ad essere forza lavoro e consumatori secondo il modello
dell’efficienza della scuola   ai fini del mercato, una scuola sempre
più povera di risorse e di contenuti, la scuola del fare ancora più
americaneggiante di come impostata dai vari governi degli ultimi venti
anni, buona a sfornare tecnici e operai in cui prevalgono  test e
tasti,che restringono la complessità del sapere a veri e propri quiz,
con meno cultura e con sempre più strumenti informatici , LIM, che
vanno a sostituire libri, gessetti e lavagne che, col latino e il
greco,vanno lasciate solo alle scuole d’elite, meglio se private, dove
fanno ressa i figli della classe dirigente.  Riappare, violentemente e
nel settore che più di ogni altro dovrebbe garantire pari opportunità
e uguaglianza,  la vecchia storia del  genere umano diviso in oppressi
e oppressori che non si è dileguata con la modernità e la
globalizzazione ; lo schiavismo, la colonizzazione,le guerre ancora
caratterizzano il nostro tempo anche  in forme diverse e
mistificatrici,ma non per questo meno atroci; ma ora siamo arrivati al
punto più basso con la vergognosa  negazione dei diritti dei più
deboli , i diversamente abili sia con l’aumento del numero massimo di
bambini nelle classi frequentate da alunni con disabilità, che con la
riduzione di ore degli insegnati di sostegno annullando per una
miseria il processo di integrazione scolastica .

La pseudo-riforma Gelmini, approvata e sostenuta dall’attuale ministro
Profumo,  con il suo retroterra di norme e accordi che hanno
accomunato i vari governi, nella sua legalità induce  a delinquere se
consideriamo il principio secondo cui far retrocedere dei cittadini
dalla priorità acquisita alla sua negazione significa cancellare i
diritti acquisiti significa negare il diritto sancito dalla
Costituzione e uno Stato che contraddice se stesso è un crimine

adele dentice

mercoledì 2 maggio 2012

TFA truffa a danno dei precari


La questione scolastica è un pezzo della questione dell'indipendenza nazionale.

TFA truffa a danno dei precari
E’ un inganno quella  dei Tirocini Formativi Attivi o  TFA,  in teoria dovrebbero essere propedeutici   all’accesso alla professione docente, comparto già abbastanza ingarbugliato, che con questo nuovo stratagemma sarà arricchito da una nuova sottocategoria di aspiranti precari. Verranno sfornati  nuovi abilitati che, non solo non avranno diritto al posto di lavoro, poichè il TFA è pensato solo per la formazione, ma non si saprà neanche in quale graduatoria inserirli in quanto non esiste attualmente un canale di reclutamento definito per legge. Per chi non è addentro alle “cose” scolastiche è bene rivelare  che già dal 2007, anno dell’ avvio dell’ultimo ciclo SSIS il Governo italiano non fu in grado di assicurare alcuna modalità di formazione iniziale e di abilitazione   (Legge n. 296 del 2006 finanziaria 2007 al comma 605 dell’art. 1, ha trasformato le Graduatorie Permanenti in Graduatorie ad Esaurimento ,poi l’art. 64 del Decreto Legge n. 112 del 2008, convertito con modificazioni dalla Legge n. 133 del 2008, ha stabilito la sospensione delle procedure per l’accesso alla SSIS per l’anno accademico 2008/2009). Per sopperire alle disfunzioni prodotte dalla  mancanza di personale abilitato per le supplenze,  sono stati chiamati diversi insegnanti dalla graduatoria di istituto non abilitati, a questi  lavoratori  il Ministero si rifiuta di dare qualsiasi riconoscimento neanche attraverso un sistema di punteggio relativo ai titoli di servizio , per cui viene  loro negata qualsiasi priorità nella nuova formazione rispetto a tutti gli altri cittadini che volessero tentare questa strada . Questa scelta viene “giustificata” dalla necessità di meritocrazia che, però, non vale nei confronti di chi ha ottenuto, con prezzi poco accessibili per i più, il riconoscimento di punteggi e priorità attraverso mini corsi organizzati in Italia senza alcuna selezione.
A parte l’azione discriminante operata dal Governo   nei confronti di questa “sottocategoria” di lavoratori vanno  considerati altri aspetti contraddittori e dissonanti rispetto all’indizione dei TFA.
 Se, infatti,  si lamenta una crisi devastante   da rendersi necessari i tagli ingenti al decentramento che si traducono in minori risorse per l'istruzione, per il diritto allo studio, per le scuole dell'infanzia, per l'edilizia scolastica, per il cablaggio delle scuole ecc, e se alla già effettuata de pauperizzazione del sistema scuola si aggiunge il rapporto sulla spending review “Elementi per una revisione della spesa pubblica" del ministro Piero Giarda, in cui risulta evidente che il pensiero del Governo è  di risparmiare sulla SCUOLA, il cui  il grosso della spesa (circa il 90 per cento) è destinato agli stipendi, viene spontaneo  chiedersi a chi giova la formazione di un nuovo precariato Sicuramente n on è funzionale all’indizione di eventuali  concorsi a cattedra, poiché  non ci sono gli elementi oggettivi per bandirne di nuovi , secondo l’Art. 400 del Decreto Legislativo Legislativo 16 aprile 1994, n. 297 (Testo Unico delle disposizioni legislative in materia di istruzione) “ L indizione dei concorsi è subordinata alla previsione del verificarsi nell ambito della regione, nel triennio di riferimento, di un’effettiva disponibilità di cattedre o di posti di insegnamento” e in alcune province ancora sono da espletare le liste dei concorsi ordinari del  1990 e del 1999.
In più   ci sono in Italia 250.000 precari storici da stabilizzare perché inseriti in graduatorie ad esaurimento  più altri 20.000 docenti abilitati in attesa di essere inseriti a pieno titolo in queste liste .
Sulla base di questi dati appare incomprensibile l’attuazione di nuovi corsi abilitanti alla docenza come il Tirocinio Formativo Attivo (TFA), fortemente voluto dall’On. Maurizio Lupi e da Comunione e Liberazione, in una situazione di grande incertezza aprire nuovi percorsi di abilitazione senza alcuna trasparenza sia sulle procedure che sulle attività di reclutamento, oltre a mortificare le legittime aspettative di tutti coloro che si accingeranno a spendersi per cercare di ritagliarsi uno spazio lavorativo, rischia nei fatti di spaccare ulteriormente la categoria e di mettere  i lavoratori l’uno contro l’altro.
Lavoratori che per accedere a questo tirocinio dovranno sborsare alle Università non pochi soldi , solo l’iscrizione per la preselezione  dovrebbe partire da un minimo di 30 euro (la cifra varierà da una sede all’altra!!) e, nel caso fortunato si dovesse superare  questa prima fase di accesso, subito ci saranno 3000 euro da sborsare in un'unica soluzione per accedere al corso, soldi  che aiuteranno molto le casse delle università italiane sempre più in rosso per via dei continui tagli. Sembra quindi più un’operazione studiata per rispondere alle esigenze delle Università che dei precari, sui quali lucreranno anche i sindacati, con i vari tesseramenti e corsi di formazione , enti accreditati e tutto l’universo che orbita attorno alla formazione
Un altro aspetto che dovrebbe allertare sarà il sistema di reclutamento e i criteri di valutazione nella prima fase selettiva,  oltre  il solito quizzone,  le altre prove saranno strutturate dai docenti universitari attorno ai quali ruotano i vincitori di dottorati di ricerca che potrebbero risultare in una posizione di vantaggio “culturale” rispetto alla pletora di precari,  magari con decenni di insegnamento sulle spalle, non riconosciuti!

Adele Dentice

domenica 1 aprile 2012

LAUREA D’ANNATA Ovvero l’eliminazione di qualcosa di legale



VLTSU è Il valore legale titolo di studio universitario che il nuovo pensiero liberale, ritornato di moda, e il governo vogliono eliminare sulla base dell’ inesauribile numero di sedi e sotto-sedi occasionali, in cui primeggia il Meridione, distintosi in quanto a offerte formative decentrate ; fenomeno surreale mai denunciato né dagli accademici né tanto meno dalle forze politiche locali , che anzi hanno favorito il dilagare di questo arcipelago di presidi a loro consenzienti come pattuglia d’avanguardia di credenziali cultural-politico-ideologiche. Ovviamente una realtà discutibile ,che ha ingenerato la costituzione di mega-atenei accreditati e piccole isole formative dequalificate, sfrangiando il sistema nazionale,accentuando le divaricazioni tra atenei e determinando una diversità di valore delle lauree, che ben conosce le imprese, ma che, d’altro canto, non legittima la liberalizzazione dei titoli di studio basata su valutazione di mercato. La soppressione del valore legale del titolo di studio o la valutazione del titolo di studio sulla base di una classifica è una operazione oltre che sbagliata alquanto pericolosa, poiché implica in sé la discrezionalità del titolo sulla base della sede accademica e dell’anno, nel senso che un diploma di laurea del 2004 sarà più appetibile di quello conseguito nel 2012nella stessa università e per lo stesso percorso formativo universitario. Laurea d’annata per la quale ci sarebbe pure da capire a quale organo verrebbe affidato l’onere di formulare la graduatoria di qualità discriminando o premiando Atenei che verrebbero, comunque,rinchiusi nel culto della selezione, prigionieri del potere economico,seguendo per contro la strada delle due velocità, la ricerca scientifica – tecnologica , incentivata e riconosciuta , in quanto funzionale al mercato, e quella umanistica che vedrebbe trasformati gli Atenei in scuole di specializzazione post liceo.Altro punto di riflessione sono le premesse della riforma universitaria e dell’eliminazione del valore legale del titolo che si incentrano su due punti fondamentali la concorrenza e il merito individuale, in termini pratici verrebbero imposte da un lato la liberalizzazione delle tasse e dall’altro un sistema di borse distudio legate al merito; queste ’ultime, già previste nella Costituzione, hanno avuto “il merito” di premiare i capaci e meritevoli che “dichiaravano” sulla carta di non avere mezzi,penalizzando i ricchissimi dipendenti della pubblica amministrazione il cui reddito non può essere oggetto di evasione.La liberalizzazione del sistema di tassazione universitario, secondo la volontà dei riformatori, indurrebbe a una “virtuosa” competizione,poiché verrebbero selezionati i docenti più capaci e si fronteggerebbero meglio le spese legate alla didattica svincolando definitivamente lo Stato dalla sua funzione, inoltre i ragazzi sarebbero indotti a scegliere gli Atenei migliori poichè più appetibili, determinando un sistema universitario basato su una restrizione delle opportunità formative con costi sempre più elevati.Se ciò dovesse realizzarsi lo Stato non solo rinuncerebbe al suo ruolo costituzionale di predisposizione di un’offerta formativasuperiore uguale per tutti , ma si avvantaggerebbero solo coloro che potranno permettersi scuole di eccellenza riservando inevitabilmente la formazione superiore ai ricchi, penalizzando, quindi, non solo i ceti più poveri, ma soprattutto i giovani meridionali poichè le sedi accademiche più titolate saranno sicuramente collocate nel Nord Italia e magari oltre le Alpi con la inevitabile selezione naturale dei più fortunati economicamente che potranno trasferirsi in Atenei più autorevoli. Tra l’altro togliere il VLTSU significa anche colpire il diritto all’emancipazione femminile, pensiamo alla caduta delle frontiere rosa nel mondo accademico in particolare nel Meridione.Con questa operazione i governi consolidano l’inganno del rilancio scuola -università , un po’ come si fa per salvare il mercato del lavoro abolendo l’articolo 18, non è altro che l’ennesimo escamotage per abolire qualunque forma di controllo, in modo da differenziare le Università di eccellenza , per pochi eletti, e tutelare il mercato delle certificazioni facili a “pagamento”; tutto secondo il principio ispiratore del rinnovamento dell’istruzione che passa attraverso la competizione aziendalista aggiungerei delle “cricche”, un modello che inevitabilmente mette in concorrenza i privati che hanno per definizione scopi di “lucro”, snaturando la natura stessa della formazione che si poggia sulla solidarietà in materia di cultura e di istruzione così come per le altre risorse fondamentali come l’acqua ,l’aria, la salute ecc , risorse che per definizione non possono permettere la competizione e la concorrenza ma devono passare sotto il controllo dello Stato per garantire un servizio basilare di qualità crescente , garantendo per l'istruzione che tutti i percorsi di studio , pubblici o privati che siano, debbano “valere ciò che promettono” ; in pratica una garanzia di competenze accumulate che solo un titolo di studio legale può assicurare, in pieno rispetto di un sistema di equilibrio tral’identità nazionale - unitaria e le peculiarietà territoriali.
La vera anomalia invece sussiste proprio nella mancanza di un sistema pubblico che certifichi le competenze, infatti senza valore legale ognuno sarebbe autorizzato ad autocertificare cosa sa fare , al contrario un titolo di studio legale riconosciuto comunque rimane un punto di partenza essenziale e certificabile, poi il vero valore del titolo andrebbe verificato attraverso l’accertamento di merito , competenze ed etica professionale utilizzando un sistema di meccanismi e strumenti che vadano a riscontrare e ad individuare anche corresponsabilità in chi certifica .Questa ennesima diatriba, in realtà poco dibattuta, nasconde l’insidia del controllo dell’istruzione giustificata dall’incapacità del sistema di rispondere alla sua missione istituzionale, alla qualità della formazione, sbilanciata e inadeguata di fronte alla dimensione di massa della formazione superiore ,un sistema che non ha saputo o voluto trovare un punto di equilibrio tra la moltiplicazionedei compiti e la l’identità unitaria della formazione precipitando l'intero comparto della formazione superiore nella ragnatela degli intrecci ,degli accordi e delle intese tra il mondo politico e quello delle imprese con i docenti trasformati in sacerdoti adoranti di questo oscuro medioevo ipercapitalista

sabato 10 marzo 2012

Piove sul bagnato


Piove sul bagnato a scuola, l’ effetto trascinamento della Gelmini e il blocco degli organici (approvato in Commissione) determina un ulteriore taglio delle assunzioni facendo evaporare quei fantomatici 10.000 posti a cui onestamente non ho mai creduto, la giustificazione di questo ennesimo taglio è il blocco di 350 milioni di euro garantiti dagli aumenti sulle tasse su birra alcoolici e gettito sul gioco.
Per tenere buoni gli animi e 250.mila precari della scuola ormai disoccupati a vita scatta la falcidiante idea dell’ assunzione in base all’aumento degli alunni , il Sud , ormai siamo già terzo mondo, si ritroverà con zero possibilità (siamo a meno 20ntimile rispetto ai più 23.000 del nord); tutto viene giustificato dalla media statistica e dalla razionalizzazione dei soldi, a discapito delle norme sulla sicurezza con 25/30 alunni stipati in aule poco arieggiate, e dello scadimento della qualità della didattica e dell’inquinamento in door. Né tanto meno si parla della variegata realtà scolastica , le classi pollaio e le scuole pollaio contengono stipati diverse nature composte da alunni svantaggiati,diversamente abili , i quali, appartenendo alla parte più debole e fragile della giovane umanità , saranno relegati nell’angolo del silenzio e dell’indifferenza di quella destra e sinistra che, nella migliore delle ipotesi utilizza parole trasudanti profondo disprezzo per chi lavora nella scuola ,un disprezzo mal celato dai media e dai vescovi italiani che tacciono sul controllo dell’istruzione come tacciono sul nostro bilancio della Difesa mentre continuano i venti di guerra a dilaniare Stati, persone e diritti e questa povera nostra scuola che trascina con sé i nostri giovani.
E i cittadini,perché non si chiedono come mai i nostri parlamentari hanno accettato in tempi di crisi una guerra in Libia costata ben 700 milioni di euro, come mai nel2010 le armi italiane consegnate hanno raggiunto il valore di 2,7 miliardi di euro (più 550 milioni rispetto l’anno precedente), mentre agli operatori della scuola si fa parlare di pace tra gli sgangherati banchi di aule stracolme? I cittadini, che si perdono nella sofferenza di un futuro negato ai figli, dovrebbero farsi e fare più domande del perché la scuola pubblica e con essa il diritto all’istruzione viene negato, una negazione attuata con il tacito assenso dell’opinione pubblica dopo anni di campagne di delegittimazione e di divagazioni più o meno sarcastiche a cui i lavoratori della scuola sono stati sottoposti .Si è imposta nel tempo l’immagine di un’insegnate donna, moglie di un professionista che lavora la mattina provvede ai figli e alle cure domestiche o ai propri interessi (parrucchiere e shopping inclusi ), abbassando, in tal modo, la considerazione a livello sociale della funzione docente si è potuta sviare l’attenzione generale non solo dai radicali mutamenti insorti e dal maggior carico di lavoro a cui è corrisposto un rallentamento della progressione economica, ma ha legittimato il più grande licenziamento di massa mai registrato, una sperimentazione riuscita bene che ha spalancato le porte alla demolizione dei diritti di tutti i lavoratori

giovedì 9 febbraio 2012

Dopo le classi, le scuole pollaio


L’eccesso di zelo fa della nostra regione l’avanguardia delle “innovazioni”, come scolaretti diligenti i nostri amministratori si fanno in quattro per applicare rigorosissimamente, anche se con dolore, le indicazioni governative. La giustificazione è nell’obbligo di legge, che forse presto obbligherà a disseminare la Puglia di ulivi OGM, che sono belli e crescono in fretta(!!!!), ma questa volta tocca rivolgere l’attenzione alla scuola e al nuovo devastante intervento sulla scuola pubblica che viene fatto passare come "Dimensionamento della rete scolastica", secondo quanto previsto dall’art. 19, commi 4 e 5, della legge di conversione n. 111 del 15 luglio 2011, come integrato dalla legge 183/2011.
Un provvedimento con cui si prevede, oltre all’abrogazione delle direzioni didattiche e delle scuole medie a favore degli Istituti comprensivi (per mantenere la propria autonomia devono raggiungere i mille iscritti), l’eliminazione tout court delle autonomie scolastiche sottodimensionate , cioè con meno di 600 alunni.
Con questi interventi La Puglia perde 28 autonomie per le scuole superiori e 160 per il primo ciclo (materne, elementari e medie).
Verrebbero soppresse, in pratica, oltre 202 scuole autonome del I ciclo (circoli didattici e scuole medie inferiori) e 35 del II ciclo (secondaria superiore), con la perdita di quasi 1.000 posti di lavoro (237 direttori scolastici, 237 direttori dei servizi amministrativi, circa 100 assistenti amministrativi e circa 150 collaboratori scolastici). Portando la sola provincia di Bari al vertice della classifica nazionale con l’eliminazione del 10% di istituti scolastici, con 180 posti che salteranno tra dirigenti, direttori dei servizi e personale ATA. Le conseguenze di questa ennesima scure ricadranno impietose sui lavoratori che temono il rischio di soprannumerarietà, di mobilità , ma soprattutto grazie al patto di stabilità sempre più tangibile si rivela la cassa integrazione, in particolare per i DSGA; a questo disagio lavorativo si aggiunge poi ciò che le famiglie subiranno a causa dell’interruzione dell’attività didattica e dello spostamento degli uffici di segreteria “È un piano doloroso – ha aggiunto l’assessore Alba Sasso– sappiamo che ci saranno proteste, ma lo abbiamo dovuto presentare per rispettare la legge. Le scuole saranno accorpate perlopiù in poli "di settore", tenendo insieme i tecnici, gli artistici e le altre specializzazioni». 
La verità è che la realizzazione di un istituto comprensivo, che non può ridursi ad un mero calcolo sommatorio di alunni né diventare terreno di conquista per qualcuno, non è altro che l’appendice di quei famosi 8,5 miliardi di euro scaricati sulla scuola, né sarà chiaro comprendere quali saranno gli eventuali benefici con meno operatori a gestire poli didattici così spropositatamente numerosi. Il dimensionamento dovrebbe sostanziarsi, in linea di principio, nella costruzione di un curricolo verticale, “questo” dimensionamento, invece, sembra tutt’altra cosa, se mai molto vicino alle logiche tutt’altro che trasparenti per chi opera e vive nella scuola, con la minaccia quotidiana della perdita del posto di lavoro e lo stravolgimento dell’offerta formativa sempre più dequalificata con studenti parcheggiati lì dove imperano confusione e deficit organizzativo.
Al di là delle parole tranquillizzanti dei sindacati che chiedono garanzie in merito all’edilizia scolastica per la formazione di istituti comprensivi organizzati come college (Giovanni Verga, segretario generale della Uil Scuola Puglia) o ai tempi distesi prefigurati dalla CGIL, dobbiamo considerare i primi deleteri effetti dovuti alla combinazione di ordini di scuole differenti a cominciare dall’impossibilità di far convivere nello stesso edificio minimo 1000 alunni con attività didattiche, orari e attività di amministrazione completamente diversi e tutto sotto un’unica dirigenza. 
Dopo le classi pollaio tocca alle scuole C’è da stupirsi se la qualità della formazione decade impietosamente?
Adele Dentice

venerdì 6 gennaio 2012

La scuola nuova del nuovo governo


“Sarà necessario mirare all’accrescimento dei livelli di istruzione della forza lavoro, che sono ancora oggi nettamente inferiori alla media europea, anche tra i più giovani. Vi contribuiranno interventi mirati sulle scuole e sulle aree in ritardo – identificando i fabbisogni anche mediante i test elaborati dall’INVALSI – e la revisione del sistema di selezione, allocazione e valorizzazione degli insegnanti”.

Il breve e significativo passaggio di Monti sulla scuola mostra non solo il poco interesse per il sistema formativo del Paese ma, soprattutto, una lapidaria idea di scuola-azienda molto vicina a quella della Confindustria; in sostanza una scuola di massa sempre più povera di risorse e di contenuti, la scuola del fare ancora più americaneggiante di come impostata dai vari governi degli ultimi venti anni, buona a sfornare tecnici e operai in cui prevalgono test e tasti,che restringono la complessità del sapere a veri e propri quiz, con meno cultura e con sempre più strumenti informatici , LIM, che vanno a sostituire libri, gessetti e lavagne che, col latino e il greco,vanno lasciate solo alle scuole d’elite, meglio se private, dove fanno ressa i figli della classe dirigente.
Il ministro Profumo supera i nostri peggiori timori per lui la riforma Gelmini non si tocca, va bene così, anche con le deroghe alla sicurezza , le classi stracolme si superano facilmente , basta utilizzare i supporti informatici e 30 ragazzi in un’aula diventano pochi.
E’ la fine della suola statale , come è avvenuto negli USA, una fine preannunciata già da tempo il cui segno tangibile è dato dall’incremento delle iscrizioni del 10% a favore delle scuole private, mentre chi può permetterselo, manda i figli a studiare all’estero.
Nessuna prospettiva, quindi, per la massa di individui trasformati in clientes, buoni ad essere forza lavoro e consumatori secondo il modello dell’efficienza della scuola ai fini del mercato, in cui non si prevede nessuna possibile ipotesi di investimento sul capitale umano, al contrario l’aumento dei costi e dell’IVA dal 10 al 12 % ancora di più ridurranno gli approvvigionamenti per i laboratori e in generale per gli istituti scolastici. Si continua a tagliare con conseguenze gravissime per la popolazione il cui peggioramento delle condizioni economiche e l’aumento della povertà (nel Sud ci sono aree con il 40% di poveri Rapporto Svimet 2011) farà diminuire la percentuale di studenti poiché sempre meno le famiglie saranno in grado di sostenere i costi dell’istruzione e dell’università.
E i giovani, sempre meno preparati, sempre meno potranno sperare di essere inseriti nell’ambito lavorativo.
Da qualche parte si è esultato per i mancati tagli , ipocrita sequela di idiozie , cos’ altro si poteva togliere alla scuola dopo gli oltre 130.000 licenziamenti (prima sperimentazione dei licenziamenti di massa) con un risparmio calcolato nell’ordine di circa 8miliardi di euro, a cui si vanno ad aggiungere
il blocco degli stipendi con il congelamento degli scatti e del contratto, senza parlare della riduzione drastica dei finanziamenti , tanto da costringere le scuole, per poter garantire il livello qualitativo dell’ offerta formativa, a chiedere alle famiglie contributi , mentre si continuano ad erogare fondi a istituti privati con la scusa che svolgono un servizio pubblico.
Col cambio di governo qualche illuso pensava che ci sarebbe stato un cambio di rotta, poiché qua e là si legge sulla necessità di investire di più sull’istruzione, sulla formazione e sulla ricerca, ma i primi segnali vanno tutti in direzione della continuità con l’unica variante di qualche investimento nell’edilizia scolastica .
Come nel passato , tutto cambia per non cambiare nulla, si continua a mutilare economicamente il settore scolastico spingendo nel contempo verso la digitalizzazione e nuove tecnologie informatiche a pagamento nelle scuole, con l’obbligo di mettere tutte le informazioni in rete, come da protocollo dell’ottobre 2009, firmato dai ministri Gelmini e Brunetta e la Microsoft Italia, non privilegiando il software libero che non avrebbe alcun costo di licenza; né tanto meno si tiene conto della Direttiva Stanca del 19 dicembre 2003 “Sviluppo ed utilizzazione dei programmi informatici da parte delle pubbliche amministrazioni“ e il D. Lgs. 82/05 art. 68 (Codice dell' amministrazione digitale) che prevedeva l’adozione dell’open source per la P.A e per la scuola oltre a imporre una valutazione comparata prima di acquistare il software da adoperare, essenziale in un paese che riconosce il valore del libero mercato e della concorrenza.”
Si è parlato con grande enfasi di rigore, crescita, equità, lotta agli evasori, non c’è nulla di questo ,anzi vengono colpiti ancora una volta i più deboli , con l’innalzamento della età pensionabile le decurtazioni e trattamenti palesemente differenti rispetto a quelli che già sono andati in pensione, si eliminano i diritti acquisiti come i riscatti per gli anni di laurea o per il servizio militare (pagati e strapagati dai lavoratori della scuola). Probabilmente i professori che albergano nelle aule parlamentari pensano che insegnare in una scuola d’infanzia, o in zone a rischio , o in scuole professionali , a stranieri, disabili a settant’anni o giù di lì sia la stessa cosa che svolgere la propria docenza in prestigiose aule universitarie!!!
Un'altra misura demagogica e sicuramente non equa è l’inglobamento dell’INPDAP nell’INPS rendendo indistinguibili le poste corrispettive ai contributi versati dai lavoratori rispetto agli interventi di natura sociale e assistenziale , che devono avere un capitolo di bilancio a parte. Si dimentica con questo provvedimento che i versamenti dello Stato sono virtuali a meno che non si voglia far cassa
con chi non solo non evade per sua natura, ma ha coefficienti più elevati per l’erogazione delle pensioni, ma anche per provvedere alla cassa integrazione , alle pensioni sociali e di invalidità, cioè il welfare. Intanto sulla base di un discutibile criterio di equità si è introdotta una parvenza di tracciabilità sopra i 1000 euro , che salvaguarda il lavoro in nero, né si parla della riduzione delle ingentissime spese militari o delle rendite in capo al Vaticano (immobili, attività commerciali ..)
Eppure chi usufruirà di queste penalizzazioni è sempre più fortunato dei precari il cui destino si delinea sempre più gravoso e incerto .I precari, i giovani la cui condizione viene strumentalizzata per lanciare un attacco a 360° al diritto di lavoro per mettere i figli contro i padri definiti categoria iperprotetta, oppure contro i colleghi poco più anziani come vuole la sconcertante proposta del ministro Profumo, che pensa di risolvere il problema di 200.000 precari, a cui si aggiungeranno i nuovi neolaureati, costruendo un sistema artificioso di doppia graduatoria, concorsi, canali di accesso alle cattedre paralleli. Si prospetta per il futuro una tristissima e lacerante guerra tra poveri mentre le cattedre diminuiranno, per via dell’aumento dell’età pensionabile, e le classi saranno sempre più sovrabbondanti ,ingestibili e meno sicure, ma tanto con i supporti informatici non ce ne accorgeremo.