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martedì 1 novembre 2011

La conversione di Bonanni


La mia su Bonanni è una semplice battuta, sulla Camusso, e ciò che si porta dietro, l'ironia non è più adeguata, di Bonanni sappiamo tutti come sia schiavo e portatore di principi dettati dal capitale e la sua levata di scudi sui diritti negati per acquisire qualche consenso oscilla tra il ridicolo e il patetico, ma gli sciopericchi tardivi della CGIL sono insopportabili e offensivi. Intervengono quando i giochi sono fatti, per finta. Per esempio nessuno ha mobilitato a suo tempo i lavoratori sulla gravissima ’assenza del “diritto al lavoro” tra i diritti fondamentali dell’Unione Europea, una dimenticanza, fu detto , nemmeno tanto significativa. Nessuno dei nostri grandi sindacalisti ed esponenti democratici di questi partiti filo-USA di sinistra ha sprecato una sola parola sulla negazione del lavoro come diritto. Nessuno ha fatto mente locale che la ‘decostituzionalizzazione’del diritto al lavoro finisce per mettere in discussione anche altri diritti sociali: dalla sicurezza nei luoghi di lavoro, alle tutele sociali, alle libertà individuali e collettive dei lavoratori.
D'altronde abbiamo sotto gli occhi di tutti come i morti sul lavoro siano scivolati a livello di cronaca nera, un'altra "dimenticanza", tutto perfettamente in linea con la nuova declinazione sul diritto di stampo filo-americano ,non più pensato come obbligo costituzionale del legislatore di attuare programmi che mirino al pieno impiego o almeno alla "sicurezza" sul posto di lavoro, diritti ritenuti deboli, al contrario le nozioni forti imposte dall’UE sono Formazione, Informazione, Orientamento, facendo svanire implicitamente il concetto di sicurezza sul posto del lavoro e facendo prevalere la ricerca del lavoro e del reddito.
Il mondo nuovo, che si è già prefigurato, stabilizza la precarietà non più intesa come debolezza , ma come forza produttiva il lavoro è regolato dalla legge della domanda e dell’offerta , mentre l’equiparazione precarietà-schiavitù viene considerata come pura demagogia pericolosa. I giovani non possono pensare ad un lavoro a tempo indeterminato, definizione di stampo sessantottino, quindi anacronistica e residuo della concezione dello stato perfetto di Leniniana memoria, ma devono prepararsi, a proprie spese, per potersi formare e diventare competitivi nel mercato del lavoro.
Inoltre,affermano gli ideologi della modernità, quando fu scritta la Costituzione c’erano condizioni storiche e politiche diverse poiché lo Stato garantiva la tutela di un diritto per tutti, non è un caso che viene citato nel primo articolo, ma essendo mutate le condizioni, nel senso che non ci sono più soldi, il diritto decade. E il cerchio si chiude, e il nuovo programma politico raffigurato dal binomio giovanil-rottamatore Renzi-Marchionne , deve affrontare il tema dei licenziamenti senza tabù.
Chi vuole opporrsi a questa “ tendenza" viene accusato di demagogia, ma ci sono dati di fatto inconfutabili , data la situazione attuale, per avere un posto di lavoro bisogna sottomettersi senza condizioni agli interessi del datore di lavoro, che come in una piramide di stampo feudale, giura fedeltà ai suoi superiori fino ad arrivare al sovrano di turno, che elargisce appalti e lavori solo ai propri fedelissimi, andando oltre anche i vari concorsi pubblici, tanto fa testo solo la “professionalità acclarata”, i beneficiati manifesteranno il proprio riconoscimento in vari modi , principalmente durante le campagne elettorali E’ un sistema condiviso in tutti i settori il più forte che diventa benefattore il pater familias dalla faccia smielata , la stessa di coloro che organizzano guerre in difesa dei diritti umani , distruggendo la sovranità dei popoli, così come, nella società dell’incertezza, il diritto al lavoro è diventato un diritto minore smantellando la rivendicazione della parità e della libertà formale che si è trasformata in disuguaglianza e discriminazione, dove prevale solo il potere sociale del datore di lavoro disequilibrando le parti ,già in fase di contrattazione individuale.
Siamo ritornati ad una situazione antecedente la legge 1363 del 1960 con la scusante del nuovo mondo e dell’ innovazione tecnologica formule funzionali a coprire l’incredibile quantità di contratti atipici e di lavoratori fatturisti o coordinati , che si suole definire “lavoratori autonomi“, ma altro non sono che lavoratori subordinati, che sarebbero dovuti essere protetti e tutelati dalle denunce dei sindacati, prima di precipitare nella zona d’ombra della perdita dei diritti fondamentali.
I lavoratori sanno da sempre che il contratto a tempo determinato è un contratto di licenziamento che contiene in se la frode e l’obbligo ad autocensurarsi, un’ingiustizia sociale e morale che la legge n.230 (1962) arginò, ma che il riconoscimento giuridico della precarietà e dei contratti atipici, con la scusa della maggior tutela della competitività delle imprese, ha ripristinato, riportandoci indietro di decenni.

mercoledì 8 dicembre 2010

Ti Aiuterò! Però...


L’emergenza è diventata la normalità. Rifiuti, criminalità, traffico, scioperi, trasporti, scuole, università, acqua, epidemie, I cittadini tranquilli e rassegnati, ACCETTANO TUTTO, tranne piccoli gruppi di esasperati, a volte autentici, altre volte semplicemente dei facinorosi che manifestano “a prescindere”.

Intanto i leghisti, hanno intrapreso la strada della non solidarietà, rifiutandosi, di accogliere i rifiuti campani.

Diversamente la pensa Vendola, che ha precisato di essere disponibile, ma a patto che si attuai il trasferimento dei 5 milioni di euro, mai arrivati nelle casse della ragioneria della Regione, problema risolto con il si della Puglia che nel’accogliere la monnezza determina anche la favorevole intesa tra il Governo e la Regione Puglia per il piano di rientro e, finalmente , la sanità e tutte le sue controversie verrà anch’essa dimenticata. Diventerà invisibile , come la spazzatura e la sua emergenza inesistente in Puglia come stigmatizza l’assessore Nicastro mentre sollecita la maggioranza a non paragonare l’emergenza campana ad una fantomatica emergenza pugliese.

Sempre nell’ottica del rasserenamento degli animi veniamo tranquillizzati quando ci confermano che, nel nuovo caso Emergenza Campania, saranno smaltiti solo rifiuti speciali perche quelli solidi sono rifiuti inorganici non biodegradabili e contaminano l'ambiente irreversibilmente, ma l’assessore crede nella nostra totale disinformazione e negligenza , e, soprattutto, non sa che molti pugliesi conoscono il l decreto 91/689/EEC dell'Unione Europea secondo cui molti materiali speciali per le costruzioni sono tossici.

Nell’ ansia, poi, di volere rendere più fulgente nel mondo l’immagine di bontà e accoglienza dell’amministrazione della Regione Puglia si trascura il piccolo dettaglio dei criteri di controllo severissimi che dovrebbero effettuare le asl e l’ARPA di Taranto e Bari non solo sulla stabilizzazione, nocività e mancanza di odori, quanto sulla non radioattività dei rifiuti campani.

Non è che non vogliamo essere solidali, riprendendo ciò che hanno detto il 1 dicembre a Statte i sindaci dei comuni interessati all’”accoglienza” dei rifiuti campani, ma a fronte delle rassicurazioni del CITE (Il consorzio partenopeo Consorzio interprovinciale trasporti ecoambientali, che già nel 2008 si assicurò 8 milioni di euro promosso dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri e dalla Protezione Civile per lo smaltimento nelle discariche del tarantino dei rifiuti dell’emergenza campana), che ci parla di un terriccio inodore e stabilizzato , quindi inerme, val la pena riportare alla memoria qualche nota storica rispetto alla monnezza radioattiva campana.

Si tratta del giugno 2008 e febbraio 2010 quando il giornale spagnolo El Pais e La Repubblica-Napoli ci informarono che La Germania ha scoperto tassi di radioattività superiori al consentito nella spazzatura già stabilizzata inviata da Napoli e destinata all’inceneritore di Amburgo si trattava nello specifico di iodio 131,(  trattamento oncologico dei tumori delle ossa e della tiroide).

Oggi, che si delinea drammaticamente la nuova i emergenza campana 2010 Nicastro si limita a rincuorare la popolazione ma ancora nonci è chiaro il istema di controlli. L'unica certezza è data dalla ribellione delle città coinvolte e scelte a prescindere dalla volontà popolare.

La Puglia è fuori dell’emergenza rifiuti ci continuano a dire, ma il numero enorme di discariche di rifiuti industriali disseminate su tutto il territorio, non sempre rilasciate secondo i criteri della trasparenza, non sono forse anch’esse emergenza? Ci convincono che per non arrivare al collasso Campania meglio subito prevenire approfittare dalla filosofia dell’emergenza su cui si costruisce il businnes della politica e delle pubbliche amministrazioni e subito istallare tanti inceneritori e convincere la cittadinanza che non c’è alternativa se no ci ritroveremo sommersi come Napoli, Terzigno dove ora stanno approntando i tanto desiderati Termovalorizzatori o fabbriche di cancro. E i partiti pro cancer celebrano il patto del nuovo oro che accomuna le organizzazioni criminali e le nuove mafie quelle degli imprenditori del Nord e del Sud e in questo accordo, davvero, l’unità d’Italia è fatta.

Adele Dentice

giovedì 25 novembre 2010

Federalismo scolastico


(documento di Adele Dentice per l'assemblea di PBC del 27/28 novembre a Ferrara)

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Federalismo scolastico

È UNA DEFINIZIONE IMPROPRIA, generata dall’attuazione del titolo V della Costituzione art 117 modificato dalla legge costituzionale n.3/2001 che attribuisce facoltà di legiferare in materia di istruzione alla “competenza legislativa concorrente” tra Stato e Regione.
E’impropria per due ragioni sostanziali, perché non trova fondamento legislativo e non è descrittiva della situazione che si realizzerebbe se fosse attuato quanto previsto dalla Costituzione e, secondariamente, è una soluzione che tende ad esasperare le differenze , basti pensare alla formazione professionale , affidata alle Regioni , con 21 sistemi diversi per livelli di efficacia ed efficienza.

L’evocazione del federalismo nasce dall’equivoco ingenerato da quella egemonia culturale che propone la risoluzione delle criticità, legate alla costruzione di un “moderno” efficace ed efficiente sistema educativo adeguato al nuovo scenario introdotto dall’attuazione del Titolo V, che serve a creare la Repubblica delle Autonomie.

ISTRUZIONE E COSTITUZIONE
Art. 34 della Costituzione

"La scuola è aperta a tutti. L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita.
I capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.
La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso

L’istruzione quindi cessa di essere privilegio, ma diritto di tutti, non più appannaggio esclusivo delle categorie più in alto nella scala sociale. L’istruzione è gratuita e obbligatoria: diritto-dovere che prefigura e sottende l’obbligo dell’alunno all’istruzione e il dovere dello Stato a predisporre i mezzi per raggiungere lo scopo.
Il diritto allo studio indica il diritto a raggiungere i gradi più alti in base alle proprie capacità, merito e “appartenenza a famiglie in condizioni disagiate”, per i quali la Repubblica è obbligata a PROVVEDERE.

Con la riforma del Titolo V le competenze in materia d’istruzione sono ripartite in maniera differente, poiché aumenta la responsabilità delle istituzioni locali con il grave rischio che “il diritto allo studio” sia garantito in maniera diversa tra le diverse regioni in base al loro peso economico, in tal modo le disuguaglianze si accentuerebbero maggiormente e andremmo incontro alla balcanizzazione del sistema scolastico

I CAMBIAMENTI DOPO L’ATTUAZIONE DEL TITOLO V

Conflitto Stato - Regione

La scarsa chiarezza della legge costituzionale del 2001 ha alimentato, più che dirimere, lo scontro tra Stato e Regioni e le polemiche tra i vari schieramenti , il centro sinistra ha accusato il centro destra di aver ostacolato l’attuazione del dettato costituzionale, mentre il centro sinistra è rimasto totalmente inattivo.
L’unico punto di chiarezza è il capovolgimento del principio distributivo delle competenze tra Stato e Regione, aumentando quelle della Regione nell’ottica della semplificazione, ma aprendo numerose occasioni di conflittualità; ragion essenziale per cui la Corte Costituzionale è stata chiamata in causa spesso e sono state le numerose sentenze e le linee interpretative della complessa materia, che hanno ridefinito la confusione legislativa in merito alla necessità della conciliazione tra le esigenze di uniformità su tutto il territorio nazionale e le esigenze autonomiste sul piano locale, facendo riferimento ai criteri di discrezionalità ,diretta a garantire la presenza delle Regioni nel disciplinare il servizio scolastico sul territorio, e di programmazione e gestione “rilevante”. Nella fattispecie è stata la sentenza n. 13/04 della Corte Costituzionale che finalmente ha chiarito in 13 punti quelle che sono le Funzioni delle Regioni in materia di istruzione direzionate a gestire le disposizioni dello Stato.

Le Funzioni delle Province rimangono inalterate nella programmazione e gestione dei servizi scolastici (edilizia, politiche dell’impiego, scuola secondaria di secondo grado) così come per i Comuni, fino all’istruzione secondaria di I grado.
Rimane, comunque, ancora deficitario il serio coinvolgimento delle parti sociali in questo quadro, come del tutto assente un governo unitario della Ricerca pubblica, un assetto a maglie larghe pericoloso che rischia di degenerare in una ulteriore frammentazione, essendo completamente assente l’individuazione di obiettivi e priorità.

Il Federalismo

Si contestualizza in un quadro legislativo e politico contrassegnato dalla politica dei tagli soprattutto nel sistema pubblico dell’istruzione, dalla manovra Tremonti-Gelmini 2008 (alleggerimento del comparto scuola di 130 mila unità) alla Tremonti 2010 (impoverimento di 2 miliardi delle retribuzioni del personale e un altro taglio lineare al Ministero dell'Istruzione), facendo dipendere la sopravvivenza della scuola pubblica (così come noi la conosciamo) dagli andamenti economici del sistema Italia. A questo si aggiunge l’assenza di una visione strategica e la definizione di un piano di cooperazione inter-istituzionale oltre l’esclusione dei sindacati e delle comunità scolastiche in quel processo decisionale operato da pochi esperti. Tutti elementi questi che hanno paradossalmente fatto arretrare il disegno costituzionale, tra l’altro mai attuato.
Oggi ci troviamo di fronte ad una situazione fortemente contraddittoria, da un lato si parla di federalismo e dall’altro, vedi i provvedimenti di Brunetta, abbiamo leggi che accentrano le competenze e irrigidiscono la disciplina dei rapporti di lavoro pubblico riducendo drasticamente gli spazi della partecipazione democratica.

Altro aspetto fondamentale e critico è costituito dal finanziamento. In uno stato centrale esiste prevalentemente un solo bilancio dello Stato e, per ogni territorio, la spesa è determinata dagli esecutivi locali, più facilmente controllabili dai cittadini, mentre le risorse sono ricavate dalla imposizione locale o da fondi perequativi di varia natura. In questo scenario la scuola pubblica risulta essere più curata e più dotata di risorse economiche. Si rivela, quindi, fondamentale, prima di parlare di riforma della scuola in senso federalista, capire e stabilire il tipo di federalismo fiscale che assicurerà risorse certe alle varie sovranità. Il pericolo reale a cui si va incontro è che l’avanzare del federalismo, architettato a uso e consumo leghista, produca un’inevitabile “regionalizzazione” che avrà come primo effetto quello di accentuare gli squilibri fra le diverse aree del paese. Questo è il limite della attuale riforma, che in effetti più che federalismo è regionalismo, poiché affida ruoli parziali di sovranità alle Regioni, mentre mantiene la funzione amministrativa per Comuni e Province. In questo scenario una scuola affidata a un livello di governo sbagliato o inefficiente ricadrà sugli utenti, fondamentale per arginare questa deriva sarà garantire l’unitarietà del sistema a fronte di una situazione che si sta pericolosamente deteriorando e differenziando.

La garanzia dei diritti di uguaglianza e cittadinanza sanciti dalla Costituzione, il diritto universale all’istruzione è tutta nell’unitarietà dei sistema nazionale dell’istruzione, così come il percorso per la ricomposizione del conflitto Stato-Regione sta nel rafforzamento unitario del sistema superando l’esasperato centrismo statale e la tendenza pericolosa alla regionalizzazione e alla frammentazione del settore della conoscenza.

martedì 14 settembre 2010

Gli effetti della semplificazione



Il particolare ordinamento legislativo della Regione Puglia in materia ambientale, ha favorito notevolmente lo sviluppo degli impianti, ed ha attirato l'attenzione di grossi gruppi industriali che in poco tempo sono riusciti con i loro investimenti a far si che la Puglia si attestasse al Secondo posto in Italia per impianti fotovoltaici ed al primo per impianti eolici, vantando tra l’altro il primato della maggior produzione di elettricità da solare con 72 gigawattora in più pari ad oltre un terzo dell’intera crescita (37,3%), battendo addirittura la 161 Mw contro i 160 (ultimo studio Confartigianato 2010); ma questo primato ha portato la regione anche ad aver impegnato, molto più di altre, il proprio territorio, per far crescere la quota di energia pulita e, in più di un’occasione, a contravvenire all’art. 11 dello Statuto regionale, il quale stabilisce che lo sviluppo economico deve avvenire tenendo presenti le peculiarità del territorio, anche in riferimento alle energie rinnovabili. E’ ovvio che la produzione di energia pulita per l’autoconsumo e per venderla è un occasione ottima da sfruttare, ma le perplessità emergono quando la speculazione selvaggia produce danni ambientali irreparabili con un dispendio di energia irragionevole, ma soprattutto quando dietro le speculazioni si sente odore di criminalità organizzata.

Tutto il sistema che regola le rinnovabili è un groviglio di cifre, leggi regionali e delibere, in cui ci si perde facilmente, ma partendo dai dati prodotti dallo studio del Ministero dello Sviluppo economico del 8/12/2009, osserviamo come la potenza del fotovoltaico sia aumentata del 400% (eolico 35%, Biomasse 10%), mentre l’elettricità ricavata realmente dal sole copre ancora pochi decimali , parliamo del 0,3-0,4 del fabbisogno nazionale, queste cifre non giustificano la corsa delle imprese verso le terre del foggiano, del salento e della Murgia, se non in funzione, oltre che dell’affare incentivi, della legge 31 del 2008 vero epicentro della corrente verde pugliese. Il passaggio chiave della succitata normativa, incostituzionale nell’art.3, dichiara che per istallare piccoli impianti inferiori a un megawat, è sufficiente presentare la «Dia» (Dichiarazione inizio attività) ai comuni, saltando gli uffici regionali, liberalizzando di fatto le rinnovabili sottraendole alle procedure di screening ambientale e alle procedure di Autorizzazione Unica. Tutti passaggi che l’ex assessore Losappio ritiene necessari per superare la farraginosa macchina burocratica “La Corte valorizza le energie alternative ma annulla la scelta della Regione di incrementarne la produzione attraverso la semplificazione delle procedure nelle aree ammesse attraverso la semplice DIA fino a 1 MW mentre da oggi in poi si tornerà ai 0,020 MW. In sintesi avremo da un lato procedure più lente e complesse di tutela delle aree sensibili e dall’altro iter macchinosi e lunghi per la concessione delle autorizzazione nelle altre aree. Una complicazione di cui non si sentiva davvero il bisogno” (Losappio).

Questa opera di semplificazione che avrebbe dovuto portare sviluppo, in realtà, sembra più aver favorito l’ assalto dei rentiers, i quali hanno utilizzato come terreno d'elezione prima l’eolico e successivamente il solare, impianti costruiti con pale alte 100 metri o con pannelli fotovoltaici utilizzati, non per i consumi energetici di famiglie e imprese, ma solo e soltanto per produrre e cedere elettricità alla rete pubblica. In termini di guadagno se pensiamo che l’incentivo è 45 centesimi il kilowattora elettrico a chi lo produce, da un 1 MW installato, con 1850 h annue di funzionamento, “si ricavano” circa 370.000 euro all’anno. Una centrale di 20 MW di capacità, produrrà quindi circa 7,5 milioni di euro/anno, queste sono le cifre che spiegano la nascita di centinaia di piccole imprese, sulla scia del "conto energia”. Infatti basta che una srl abbia a disposizione un capitale minimo di 100.000 euro e si può partire, con un finanziamento anche di 3 milioni e 100.000, concesso facilmente dalle finanziarie e dalle banche poichè il rischio di impresa è praticamente zero, nessun invenduto nè spese di approvvigionamento di materie prime, con guadagni netti stellari. L’apertura alle rinnovabili ha fatto si che In Puglia, per esempio, a fronte di una valanga di progetti per la produzione di oltre 20.000 MW, fino al 2007 si sia registrato solo un parere negativo poi revisionato  e questo solo per l’eolico.

In mancanza di regole fisse e nessuna linea guida nazionale e la presenza di grossi flussi di danaro è facile pensare agli appetiti voraci delle mafie e alla enorme responsabilità delle amministrazioni comunali assalite dalle proposte di centinaia di società srl, molto spesso controllate da società più vaste, che portano lontano. Ipotesi che la storia recente non ci smentisce, pensiamo all’inchiesta “Ventus” condotta dal Comando Forestale di Gravina, che vede coinvolte le città di Minervino Murge e Spinazzola finite nel rapporto redatto da Legambiente sulle ecomafie 2010. Tra l’altro la grande mole di progetti che arrivano negli uffici regionali ha determinato poi la necessità di delegare alle province l’onere della valutazione determinando una ulteriore frammentazione dei procedimenti oltre che dubbi sulla qualità della valutazione stessa, a cui si somma la debolezza del sistema di pubblicizzazione che spesso vede esclusa la cittadinanza nei processi decisionali. Alla distrazione della Regione e dei Comuni si oppone l’attenzione dei singoli cittadini e delle associazioni o comitati spontanei vera resistenza contro la cannibalizzazione del territorio, tra gli ultimi in ordine di tempo, quello delle Settantaquattro pale eoliche nella bassa Murgia dove la cittadinanza apprende, per caso, che oltre le 36 pale eoliche firmate Enel la giunta comunale di Palo del Colle aveva acquisito un altro progetto, già il 17 aprile 2007, con numero di protocollo 6693, dalla società «Decos srl», per la realizzazione di un impianto eolico composto da 38 torri. Il consiglio comunale approvava uno schema di convenzione con la «Decos» che riconoscesse alle casse comunali un corrispettivo annuo a titolo di compensazione ambientale del 2%, a fronte di 400 metri di influenza per torre!

Ma di intrecci e stravaganze non se ne contano, nella voracità progettuale i tecnici non si sforzano nemmeno di studiare adeguatamente il territorio come è accaduto a Cerano con alcune particelle che si sovrapponevano nei progetti presentati dalla Enel Green Power e dalla Italgest, o come a Cutrofiano (patria del vino salentino Negramaro) dove si progetta un parco fotovoltaico grande una volta e mezzo il suo centro abitato, tra l’altro in una zona a rischio allagamenti, e tra l’altro con progetti presentati da società che non hanno nessun (apparente) contatto tra loro, Fotowatio Italia srl di Torino (finanziata dalla potente banca spagnola Santander), 9,68 MW, Energicasun srl Milano 5,98 MW su oltre 25 ettari Società Agricola Cutrofiano srl di 9,92 MW rappresentante legale Enrico Minoli sede a Brindisi dove, sono presenti altre 8 società similari (la Manduria Solar, la Società Agricola Pagnolo, Potente e Marida, ecc.) Il consiglio comunale ha votato contro così come nel brindisino a San Pietro Vernotico il sindaco Pasquale Rizzo sta bloccando altri impianti dopo che il 40% del terreno agricolo è stato divorato dai mega parchi fotolìvoltaici, con un danno di oltre un milione di euro per la cittadinanza. Di situazioni analoghe ce ne sono migliaia , molte si sono perse nei meandri della burocrazia e rimane lo scempio paesagistico e ambientale, possibile che la Regione Puglia dopo aver scommesso sulle rinnovabili, non scommette anche sulla difesa del territorio?

Adele Dentice

venerdì 27 agosto 2010

A scuola di amianto



Cinque scuole su cento hanno accertata la presenza di amianto. In Italia sono 2400 gli edifici scolastici (forse anche di più) che devono essere soggetti a bonifica, come stabilisce una legge lontana, la n. 257 pubblicata il 13 aprile del 1992, che avrebbe dovuto cancellare l’amianto dalle scuole, e non solo.

Una calamità che attraversa il Nord e il Sud Italia in egual maniera, e in egual maniera riscontra disinteresse e incuria da parte di cittadinanza e amministrazioni.
La legge viene disattesa sottacendo il terribile rischio che corrono ragazzi e lavoratori , non più di un anno fa si parlò di strage quando 27 docenti di scuole torinesi morirono a causa di un tumore provocato da fibre tossiche. La giustificazione che viene apposta è che a quanto pare non ci sono spazi sufficienti e quei pochi non sono adeguatamente attrezzati per lo smaltimento.

Un così grave problema è accompagnato dall’incertezza totale e dal vuoto legislativo, infatti non c’è nemmeno una circolare che dia priorità alla tragedia dell’amianto nelle scuole così come ancora oggi il dato di 2.400 scuole infette sembra essere difettoso, in mancanza di un’anagrafe dell’edilizia scolastica , nonostante fosse stata istituita nel 1996 dall’allora sottosegretario Masini; infine ci sono i balletti dei finanziamenti , che accompagnano la questione sicurezza nelle scuole e, in ordine di tempo, quei 358 milioni di euro stanziati dalla Gelmini per la bonifica delle scuole , poi spariti ingoiati dalla finanziaria.

La Puglia poi con il Molise, dopo 18 anni, ancora non ha approvato il piano regionale nonostante ci siano oltre 2.751 strutture contaminate, per un totale di 1.140.000 metri quadrati e ad oggi sono state bonificate 400 strutture, ossia solo il 15% di quelle censite.
Eppure la molto pubblicizzata campagna eternit free, che promuove la sostituzione di tetti in eternit con impianti fotovoltaici presso le aziende del territorio beneficiando degli incentivi speciali introdotti dal DM del 19 febbraio 2007, non trova riscontro dal momento che mancano impianti di smaltimento, sia forni che trasformano le fibre in cristalli, sia discariche; un problema serio la carenza di strutture adeguate che fa lievitare i costi e giustifica i ritardi dell’attività di bonifica di cui , in ogni caso, in Puglia non è neanche prevista la realizzazione.

Intanto l’amianto continua a mietere vittime e nel registro nazionale dei mesoteliomi sono recensiti 9.166 casi, di questi 478 in Puglia.

Adele Dentice

giovedì 26 agosto 2010

I diritti perfetti


Basta con i lussi eccesivi e con “diritti talmente perfetti” da essere un ostacolo per la produzione capitalista spingendo verso la delocalizzazione delle aziende. Così Tremonti ci offre l’ennesima sua ricetta iniziando con l’eliminazione del diritto più fastidioso e non coincidente con la logica del profitto e del mercato, “la sicurezza sul posto del lavoro”. D’altronde investire parte degli utili su corsi di formazione per dipendenti o nel mantenere standard di sicurezza sugli impianti sono tutti costi a perdere, per essere in regola un’azienda deve più o meno spendere per ogni dipendente, tra corsi di formazione, attrezzature tipo scarpe, caschetto mascherine oltre 1000 euro a persona!

Un “lussuoso spreco” denunciato dal Ministro, mentre in Puglia e Campania morivano altri lavoratori, ma lo scandalo delle morti bianche ormai sembra non fare più presa sull’opinione pubblica, così come la perdita progressiva dei diritti fondamentali legati alla vita e alla salute. Ci vengono offerte notizie che ci infondono ottimismo, la fine della crisi o i dati dell’Inail che pronunciano una lieve flessione sulle disgrazie nei posti di lavoro rispetto all’anno precedente . Ma le cifre del primo semestre di 642 morti , 642634 infortuni , 16065 invalidi, che comunque non ci negano il primato europeo di disgrazie , nascondono un altro dato forse più significativo e meno “ottimista” , cioè che le ore di lavoro tra licenziamenti, cassaintegrazione e mobilità sono notevolmente diminuite, di conseguenza,viene da pensare, anche gli incidenti.

Come ci viene anche da pensare che il rispetto della l. 626 sia un optional e che la cultura della sicurezza non fa parte de nostro vivere quotidiano ce lo attesta l’ indagine dell’Osservatorio sulla Sicurezza di Vega Engineering che mostra come la maggior parte delle vittime hanno un’età che si aggira tra i 40 e i 49 anni (22,6%), cioè una popolazione adulta e con una professionalità consolidata, indicatori che ci spingono a pensare che troppe certezze, specialmente in agricoltura e nell’edilizia, spingono a trascurare le misure basilari di sicurezza. In questo quadro fatto di superficialità e ignoranza, inteso come non conoscenza della normativa, la Puglia si attesta al terzo posto nella classifica nazionale, e il maggior numero di incidenti avviene nel comparto dell’agricoltura quasi a convalidare il tipo di approccio dell’imprenditore al concetto di sicurezza, non considerata un’assicurazione sul patrimonio familiare ma interpretata solo come un inutile esborso di denaro.

Produrre, essere nel mercato dilaniando il territorio calpestando i diritti fondamentali dell’uomo e anni di lotte e di sacrifici , pur di essere competitivi. I lussi vanno abbattuti e un input di avanzata ed efficiente gestione delle imprese può essere importato dal sistema adottato nelle campagne della Daunia, in provincia di Foggia, dove le nuove leggi rendono ancora più ricattabili e meno tutelata la salute e la vita dei lavoratori , i nuovi schiavi gli extracomunitari che vivono condizioni drammatiche di vita. Questo è un esempio del capitalismo avanzato, di una nuova, moderna , efficiente forma di contratto di lavoro, andare avanti tornando indietro incrementare la guerra tra i poveri, creare condizioni lavorative sempre più precarie, sempre più ai limiti del’igiene, della sicurezza, della vita.

Adele Dentice

lunedì 23 agosto 2010

L'Eldorado della green energy


In Puglia ci manca solo il nucleare, per il resto è l’Eldorado della green energy in tutte le sue forme. Alla soddisfazione di chi ha promosso il proliferare dei megaparchi eolici o fotovoltaici che siano, premiando «anni di ricerca, lavoro e investimenti finalizzati all’attuazione di una innovazione tecnologica», fanno da contraltare dubbi e preoccupazioni che si levano dai territori interessati; lasciano perplesse, infatti, le pale eoliche che producono energia elettrica in perdita, considerando che per ogni chilowattora di energia elettrica prodotta, il contribuente ne paga tre.

Il vero business dell'eolico deriva dall'incentivo pubblico che va ad arricchire i soliti furbacchioni dal momento che gli utenti non ricavano alcun beneficio e il territorio viene letteralmente divorato. Anche i più acerrimi difensori di queste scellerate pseudopoliche ambientaliste non possono non considerare la diminuzione repentina dei campi ad uso agricolo e la presunta violazione delle aree Zps (Zona a protezione speciale) o gli strani intrecci con società locali come si evince dall’inchiesta del sostituto procuratore della Repubblica di Bari Renato Nitti in merito al parco eolico dell’Alta murgia zps dove sono state erette 256 torri eoliche. Tutti dati che fanno riflettere sulla “opacità“ con cui certi affari vengono gestiti.

E fa pensare anche la reazione del sindaco di Palo del Colle, in provincia di Bari, Luigi Viola che ha dichiarato di non essere a conoscenza del parco eolico che l’Enel vuole realizzare nelle campagne confinati con i comuni di Binetto, Mariotto e Palombaio, un parco di trentasei aerogeneratori , pari a 2000 kw. In pratica la richiesta di assoggettabilità e valutazione di impatto ambientale giunta al Comune tramite posta il 9 luglio 2010, non è passata dal gabinetto del sindaco e l’ufficio tecnico tramite il responsabile l’ingegner Scicutella ha proceduto alla pubblicazione dell’avviso , generando l’indignazione del primo cittadino che ha minacciato provvedimenti disciplinari. Onestamente c’è da chiedersi come mai al sindaco sia sfuggito un progetto di queste dimensioni, chi non ha fatto recapitare la documentazione, possibile che l’ incartamento sia arrivato all’ufficio tecnico bypassando il primo cittadino di Palo del Colle? E’ un altro giallo pugliese del’estate 2010 come le delibere della Regione introvabili e non accessibili, ma è agosto i funzionari sono in ferie (tutti) e la politica si rallentata!
Va da se che se il comitato cittadino pro-ambiente di Palo non avesse fatto pressioni circa il corretto espletamento della procedura, probabilmente il sindaco non avrebbe saputo nulla e non avrebbe richiesto la proroga della scadenza dell’avviso (23 agosto 2010) alla Provincia per consentire al Consiglio Comunale , alle associazioni ai partiti di produrre osservazioni e potersi democraticamente esprimere, e i cittadini palesi si sarebbero ritrovati le campagne “arricchite” di torri alte 100 metri.

Questa è una delle tantissime contraddizioni che costellano la Puglia felix, terra del sole e del mare, nuova frontiera degli affari i cui rischi sono residuali se confrontati al grande valore dell’incentivazione italiana, che, rispetto alle altre nazioni europee, rappresenta un’anomalia evidente se si analizza la stridente quantità di finanziamento pubblico che l’Italia destina alle rinnovabili, basta dare un’occhiata alla seguente tabella del rapporto Eurobserver pubblicata da "Quale energia" nell’aprile del 2008:


Sono numeri che parlano di un eldorado su cui si sono buttati a capofitto le grandi lobby occultate da una rete capillare di microsocietà diffuse sul territorio. Un giro d’affari spaventoso che trova conforto nell’ assenza delle Linee guida nazionali per l'autorizzazione unica alla realizzazione di impianti da fonti rinnovabili, un vuoto legislativo che ha dato vita a normative regionali spesso contraddittorie rispetto alle indicazioni del Dlgs 387/2003 e delle direttive europee del 2001. Per esempio in Puglia si era deciso che le soglie delineate dal decreto circa la potenza degli impianti era troppo bassa e così nella legge 31 del 21 ottobre 2008 art. 3 (dichiarato incostituzionale - sentenza n. 119 del 22 Marzo) fu stabilito che bastava solo una DIA per concedere l’autorizzazione prevista.

Fermo restando che si auspica una capillare diffusione del fotovoltaico sui tetti delle abitazioni e degli edifici pubblici, c’è da scongiurare l’ipotesi di uno stato di calamità ambientale artificiale che la politica energetica spinta sta determinando con l’approvazione di migliaia di progetti di torri eoliche e di ettari di terreno per il fotovoltaico.

Adele Dentice

sabato 21 agosto 2010

La trasparenza oscurata - parte 2




Don Verzé e i trucchi di Vendola
Bari, 19 agosto dell’era astrale berlusconian-vendoliana. Ore 9 e 40 del mattino: parte la caccia alla delibera numero 1154, datata 11 maggio 2010. Di che si tratta? Di un oggetto apparentemente scarno: lo statuto; in altri termini, soci, regole, finalità, proprietà, durata (a tempo indeterminato?). Torniamo alla missione del giorno. Recita il frontespizio del testo istituzionalmente smaterializzato: “Struttura ospedaliera nella città di Taranto. San Raffaele del Mediterraneo. Correzione e integrazione DGR 10/02/2010 n. 331”.

Il terreno di ricerca – prima di sondare il territorio raffaeliano all’ombra della “Madunina” – è delimitato dall’attuale regno pro tempore del governatore Vendola. Ecco la sede regionale sul lungomare. Si scomoda in sordina anche Gianni Lannes protetto dalla sua scorta della Polizia di Stato. L’ingresso del segretariato regionale è al terzo piano: in loco regna Romano Donno, ma il funzionario non è in servizio. Cortesia, buone maniere, ma niente timori reverenziali. “Buongiorno, vorrei visionare la delibera di giunta regionale” esordisce il vulcanico cronista. La segretaria di Nichi a domanda risponde: “Deve attendere il gabinetto, l’ufficio di gabinetto. E’ loro la competenza. Deve attendere il capo di gabinetto. L’avvocato Francesco Manna quando arriva non lo so. Lei deve venire a settembre”. Si, a Natale. Passo e chiudo. Lannes non si arrende, inforca l’ascensore personale di Nichi, azzanna l’olezzo di violetta e scende al primo piano del mastodontico edificio. Qui fa irruzione negli uffici del bollettino regionale. Il quesito è scontato: come mai questo atto deliberativo non è stato pubblicato? “Non lo so … - balbetta il funzionario incaricato – non c’è la richiesta specifica di pubblicazione”. Insomma, a conti fatti e in barba alla tanto sbandierata trasparenza amministrativa, una delibera emana i suoi effetti legali ma è ignota all’opinione pubblica. Cosa nasconde il governatore Vendola?

Riassunto delle puntate precedenti. La partita è incentrata su un ospedale privato – a tutti gli effetti e prove alla mano – da realizzarsi a Taranto con denaro pubblico, non prima di aver cancellato ben due nosocomi pubblici ed aver consentito alla Fintecna srl (ministero delle Finanze) di costruire 250 appartamenti in una città dove gli alloggi disabitati aumentano a dismisura. In complesso non si tratta di speculazione, ed è tutto sotto controllo del pubblico, rassicura qualche esperto rigorosamente anonimo in libera uscita sulla realtà virtuale che, però, non ha mai messo piede in Puglia e meno che mai nell’area jonica, limitandosi al copia e incolla su Internet.

Come già ampiamente anticipato da ItaliaTerraNostra, la giunta regionale il 6 agosto di quest’anno, prima di evadere alla “mamma li turchi”, ha scucito a don Luigi Maria Verzé (materialmente ai suoi fidati), ben 60 milioni di euro (la prima tranche); altri 60 saranno concessi a breve a chi lucra sulla salute umana. Infatti, la sentenza del Consiglio di Stato numero 3897 del 24 marzo 2009, attesta: “la finalità della Fondazione San Raffaele prevede che essa possa svolgere in Italia e all’estero ogni attività utile al raggiungimento dello scopo sociale e quindi ogni attività economica”. Insomma, tutto tranne che filantropia. La sanità pubblica in terra levantina rischia di esalare l’ultimo respiro e i nostri dipendenti invece di rianimarla fanno i generosi con i soldi della collettività. Altro che cure gratis agli indigenti. Meglio non rivelarlo ai 4 milioni di cittadine e cittadini pugliesi: un milione di loro sopravvive al di sotto della soglia di povertà materiale e non potranno mai accedere a quelle cure ecclesiastiche a pagamento; in fondo si tratta di invisibili elettori. E poi vuoi mettere il danno d’immagine all’Obama bianco nello Stivale e i cori da stadio delle fabbriche? Spropositi a parte: Nixon è caduto grazie a due giornalisti del Washington Post. Ovviamente non osiamo tanto, anche se i debiti della sanità pubblica sono ormai un buco nero. Chi è il responsabile della voragine? Vuoi vedere che è colpa dell’arcangelo Michele? Restate di stucco è un vendolo trucco. Scherzi a parte, l’odissea continua. A presto.

Gianni Lannes

mercoledì 4 agosto 2010

999: i numeri del fotovoltaico nella Puglia di Vendola


Il 999 rappresenta il limite di kw per chiudere un terreno ed istallare un impianto di fotovoltaico con i finanziamenti europei.
In Puglia, dove la giunta Vendola ha incoraggiato l’istallazione di micro impianti inferiori a 1 MW, basta una semplice Dichiarazione di Inizio Attività presentata al Comune e si pagano gli incentivi al produttore Il fenomeno politico-imprenditoriale che fa leva sula paura dell’effetto serra e si serve di forme pubblicitarie che enfatizzano i i successi della Puglia nel campo delle rinnovabili per salvare il pianeta ,ha utilizzato la legge regionale n. 31/2008 dichiarata incostituzionale da una Sentenza di emessa dalla Corte Costituzionale, il 26 marzo 2010, che liberalizza, solo gli impianti fotovoltaici finalizzati all’autoconsumo e con potenza elettrica nominale sino a 40 KW, ovvero realizzati sulle coperture degli edifici o da realizzarsi in aree industriali dismesse (art. 2, 3 comma, della L.R. 31/2008). Per gli impianti fotovoltaici superiori a 40 KW la stessa legge stabilisce che non possono essere realizzati in aree agricole di particolare “pregio”.

Per eludere questo limite imposto dalla normativa e dalle procedure, basta ricorrere al frazionamento di un medesimo impianto in piu’ sottoimpianti, vicini, con più progetti presentati magari in tempi separati.Il gioco è fatto e migliaia e migliaia di ettari di terreno potranno essere espropriati e desertificati in una regione a vocazione agricola , dove si sbandiera la filosofia ambientalista ma si è di fatto consegnata alle lobby di potere e alla criminalità la possibilità di appropriarsi dei considerevoli incentivi pubblici, dove si continua a sostenere la moltiplicazione di numerosi inceneritori, che vengono fatti passare come centrali a biomasse da 1MW e dove numerose industrie e centrali continuano indisturbate a inquinare pesantemente il territorio, per produrre una quantità enorme di energia di molto superiore al fabbisogno pugliese; tra l’altro tutti impianti che utilizzano indisturbati fonti fossili avvalendosi dei "certificati verdi”, venduti loro dalle “industrie delle fonti rinnovabili, come a Cerano (Brindisi) o la più recente centrale di Modugno (Bari)

La corsa al business non si limita a danneggiare l’ambiente deve colpire anche le tasche dei cittadini , secondo la fonte Enel anticipando di ben 8 anni l’obiettivo della quota del 20% di elettricità prodotta fonti rinnovabili , gli aiuti aumenteranno dai 20 miliardi ai 41 miliardi di euro. Gia’ dal 2010 gli incentivi per le rinnovabili circa 2,3 miliardi hanno superato i contributi del Cip6. Questa accelerazione farà crollare il prezzo dei certificati verdi e toccherà allo stato comprarli a prezzo protetto scaricandone sulle bollette il costo . Ma ancora più compromessa e drammatica sarà la condizione economica e lavorativa dei piccoli proprietari terrieri in Puglia.
In questa regione, che è diventata il luogo dove poter accedere ai lauti finanziamenti pubblici collegati alla produzione delle eco-energie, con un euro si possono comprare terreni di ottima qualità, installare pannelli fotovoltaici e dopo 20 anni, terminata la concessione d’uso, trasformare le aree un tempo a destinazione agricola in territori edificabili con un innalzamento del valore di 200, 300 sino a 500 volte superiori a quello con cui si è svenduto. Senza contare poi i costi per lo smantellamento degli impianti. Questa è l’ultima commistione tra imprenditoria, politiche ambientaliste e criminalità.

I terreni fertilissimi e limitrofi ad arterie di comunicazione importanti o di espansione urbana verranno tolti a contadini stremati dai padroni del grande circuito commerciale, che impone loro prezzi bassissimi. Gli stessi terreni una volta motivo di orgoglio a seguito delle lotte sostenute dagli agrari sono ora diventati il campo dei maneggi speculativi e dello consumo indiscriminato del territorio.
Di nuovo il grande spreco si abbatte sui piccoli: agricoltori, consumatori cittadini tutto a favore delle grandi aziende, delle Banche europee e degli imprenditori e politici locali che, fingendosi ambientalisti, pensano ancora una volta a intascare i lauti incentivi e a colonizzare il territorio depredando i cittadini e l’ambiente togliendo alla Puglia, il suo paesaggio, la sua cultura, la sua identità.

Adele Dentice

venerdì 16 luglio 2010

L’Ammazza Precari 2



Il sistema propone un decreto salvifico, che sostanzialmente fa saltare ogni principio di equità nell’applicazione delle norme, poichè mira a dividere e a confondere gli stessi addetti ai lavori.
La riproposizione del decreto salva precari, ha come determinante requisito di accesso l’aver effettuato una supplenza di almeno 180 giorni nel 2008/09 nella stessa scuola, anche a seguito di proroghe/conferme, escludendo coloro che hanno lavorato per esempio nel 2009-2010. A parte la scelta dell’anno, tipo lotteria, ci sarebbe da chiedersi per prima cosa che fine faranno le persone che , pur avendo accumulato punteggi (anzianità) nel corso degli anni, si troveranno scalzate via da colleghi che magari hanno meno anni di servizio alle spalle, ma hanno avuto la fortuna di lavorare nel periodo specifico previsto dal decreto ; ma nascosto dall'apparente paradosso, si cela l'inquità dela norma, cioè l'esclusione dei lavoratori che non hanno svolto le supplenze nella stessa scuola pur avendo lavorato 180 gg.

E' chiaro che la illeicità oltre che l'incongruenza della norma non sono determinate da incapacità , ma segnano ancora una volontà politica precisa, quella di frammentare ulteriormente la categoria, obbligando i docenti colpiti ad aprire nuovi fronti di ricorsi contro i colleghi più fortunati e le proteste saranno sempre più individuali, sempre più solitarie.

Un sistema studiato per creare nuove laceranti conflittualità nella categoria e procedere ad un progressivo imbarbarimento dei rapporti tra i lavoratori già frustrati e avviliti nella loro condizione di subalternità al potere. Ma soprattutto con questa operazione si raggiunge l’obiettivo di svuotare di significato e di energia le rivendicazioni dei precari e procedere ad una ulteriore scissione interna della categoria svalutandola ulteriormente agli occhi dell’opinione pubblica.

È stato il progressivo indebolimento dell’immagine della scuola pubblica che giustifica l’assenza dell’interesse generale a recepire come dramma sociale la cancellazione di posti prevista, che toccherà complessivamente le 150mila unità, (se nel 2008 erano 835.726, l'anno successivo i docenti della scuola italiana sono scesi a 795.342 per subire un’ulteriore contrazione di oltre 40.000 posti nel 2010 ) per inciso l'unica categoria tra gli insegnanti italiani che ha fatto registrare un aumento, a seguito dell'incremento di posti a tempo determinato, è stata quella dei prof di religione: all'inizio dell'anno scolastico 2009/10 erano 26.326 (395 in più dell'anno precedente).

Va da se che queste politiche scolastiche oltre a ledere i diritti fondamentali dei lavoratori, fanno saltare anche il diritto allo studio, ma nessuno, compresi i genitori, sembra curarsi della drammaticità a cui è arrivata oggi la situazione della scuola italiana, che non è più nelle condizioni di assicurare, in molti casi, neanche il normale funzionamento, per i tagli ai fondi d’istituto, all’edilizia scolastica, al sostegno e quant’altro, anno dopo anno, finanziaria dopo finanziaria.

Probabilmente disinformati, sembra che i giornalisti italiani preferiscano le scuole private, o assuefatti all’idea di scuole trasformate in contenitori di certificazioni e di competenze, forse ancora non sanno che, con l’aumento di alunni per classe, il controllo delle effettive competenze maturate dagli alunni sarà un’impresa quasi impossibile.

La scuola a cui sono destinati i loro figli sarà sempre più passivizzante con docenti non più portatori di cultura ma trasformati in addestratori ambiziosi e rivali tra loro, bravi ad aiutare i ragazzi a superare i quiz.

Adele Dentice

sabato 1 maggio 2010

1° Maggio: quando le riforme le fa l'opposizione!


I tre sindacati confederali insieme per inerzia al concertone, per festeggiare la giornata del Lavoro; intanto si profila, non più all’orizzonte ma molto vicina, la giornata lavorativa di 13 ore e la settimana di 60 ore e i giornali, al servizio del padronato, diramano la falsa notizia dell’accoglimento delle modifiche richieste dal Capo dello Stato alla 1167.
I sindacati “commentano“, con toni diversi a seconda degli schieramenti, non possono fare altro!
D’altronde c’è una crisi in atto e bisogna drasticamente diminuire i costi mediante riduzione del personale e abbassamento delle qualifiche richieste, ma si tace dell’ attacco al welfare che permette lo smantellamento di pezzi di Stato ,affidati a privati (l’ultima il Decreto Biondi) o alle cooperative sociali, che rappresentano un peggioramento delle condizioni di vita dei lavoratori.
Si critica il servizio pubblico, senza far nulla per debellarne le inefficienze, i baroni universitari , la malasanità, la scuola secondaria ancora ferma a una struttura anacronistica , ma nessuno ha messo in discussione la logica aziendale-mercantile riprodotta, per esempio, nelle cooperative ed, anzi, in esse accentuata dal carattere mistificante del “lavorare senza un padrone". Così in nome della crisi si sono accentuati i meccanismi di deregolamentazione e di precarizzazione attuati per ribassare il costo dei servizi che si sono tradotti nell’aumento smisurato della ricattabilità e di conseguenza nell’abbassamento dei salari e nell’intensificazione dei ritmi lavorativi e della flessibilità in generale.
Ma oggi è il 1 maggio e tutti festeggeremo insieme e appassionatamente il Lavoro e i Lavoratori (privilegi) , anche il partito Confindustriale per eccellenza il PD, promotore del Contratto Unico di Ingresso (Ddl 2000) , nuovo strumento di oppressione nelle mani del datore di lavoro che può , con una piccola penale , licenziare prima dei 3 anni, sospendendo di fatto l’art. 18, o “cittadella fortificata”, (il diritto alla reintegrazione).

Fino ad ora il rischio serio che correva datore di lavoro, in caso di successione di contratti a termine di volta in volta rinnovati, era di vedersi costretto a garantire il posto a tempo indeterminato al dipendente che si rivolgeva al Tribunale, ottenendone giustizia. Con il C.U.I. il problema non si pone: alla scadenza del terzo anno, o anche prima secondo la sua convenienza, l’azienda si può sbarazzare del dipendente in cambio di una modesta somma di denaro . Le ragioni (?) di questa proposta “complice” del partito erede del PCI, sono chiarite nella relazione di accompagnamento al decreto:
"Una quantità crescente di lavoratori sta invecchiando all’interno di schemi contrattuali che, se nelle intenzioni dei loro proponenti dovevano funzionare come strumenti inclusivi, di incentivazione e accompagnamento verso il lavoro stabile e regolare, si sono trasformati – anche a causa di concorrenti fattori di crisi del sistema produttivo nazionale – in recinti e barriere invalicabili, percepiti e sofferti dalle persone come un’esclusione dalla “cittadella fortificata” in cui i diritti e le tutele dei lavoratori hanno piena cittadinanza. (relazione di accompagnamento!) "
E’ chiaro no? Poichè non tutti godono degli stessi diritti, meglio eliminarli.


Adele Dentice